di Flaminio de Castelmur

Con l’espressione shadow banking (sistema bancario ombra), si fa riferimento a “una forma di intermediazione basata su una varietà di veicoli di investimento con elevata leva finanziaria e di altre strutture al di fuori del sistema bancario” (Carmelo Barbagallo, Capo Dipartimento Vigilanza Bancaria di Bankitalia all’Università Cattolica). Questa espressione venne coniata dalla Banca Mondiale e dal Financial Times e comprende dal Private equity e Venture Capital al crowdfunding, da forme di finanziamento parabancario, come factoring, leasing, assicurazioni commerciali all’export o di contratti di fornitura, ai cosiddetti minibond o, comunque, commercial paper, sino ai finanziamenti pubblici o parapubblici (fondi Ue, sgravi, garanzie, confidi). L’unica cosa che hanno in comune i soggetti agenti è che non sono banche.

In cosa consista la sostanza dello shadow banking è presto detto: grazie a questo sistema è cambiata la fonte principale di raccolta e finanziamento degli operatori finanziari. Invece di attingere alle fonti “classiche”, tipo i depositi dei risparmiatori o l’emissione di bond, costoro hanno iniziato a trovare risorse in maniera crescente nel mercato dei capitali, con meccanismi e prodotti innovativi.

L’elenco dei soggetti che fanno shadow banking è lungo ma basti sapere che dal 1990 in poi, quando ha iniziato a operare, questo sistema parallelo ha generato una montagna crescente di debiti. La Fed calcola che nel 1990 le passività dello shadow banking erano allo stesso livello delle passività bancarie, meno di 5 trilioni di dollari. Dieci anni dopo, a fronte di passività bancarie che superavano di poco i 5 trilioni, quelle dello shadow banking avevano già superato i 10, arrivando a superare i 20 trilioni nel momento di picco del 2007 (22 trilioni a giugno), mentre le passività bancarie erano circa 14 trilioni.

Per capire come abbiamo potuto formarsi questa montagna di debiti, però è necessario capire come funzioni praticamente lo shadow banking.

I passaggi posti in essere sono:

1) generazione del prestito; 2) stoccaggio del prestito; 3) emissione di un Abs (asset backed security); 4) stoccaggio degli Abs; 5) emissione di un Cdo (collatelarized debt obligation) sugli Abs emessi; 6) intermediazione su Abs; 7) wholesale funding.

Tanta complicazione teorica nasconde un principio molto semplice. Il debito originario viene messo a garanzia di un altro debito che viene trasformato in un altro debito ancora. Ogni passaggio genera nuovo debito che, alla fine della catena, viene venduto al mercato dei capitali, dove lavorano grandi operatori che non hanno la minima idea di cosa comprino.

A svuotare il magazzino dei crediti ci pensa un broker che li raccoglie li struttura in un Abs. In pratica li cartolarizza, impacchettandoli in un contenitore finanziario che, in quanto tale avrà un rating e un certo grado di liquidità, diventando così cedibile. Il rischio inerente al prestito originario viene mischiato con altri rischi nell’ipotesi che così facendo diventa statisticamente meno rilevante.

Anche gli Abs, essendo commerciabili e redditizi, vengono immagazzinati nei listini dei broker o delle banche. Ma siccome non basta mai, ecco che ogni tanto, per svuotare il magazzino degli Abs, vengono anche loro raccolti e strutturati in un altro contenitore, il Cdo, venendo anche questo “lavorato” da broker specializzati.

Il punto sette dell’elenco, infine, prevede che tutte queste entità attingano alla stessa fonte delle banche le risorse necessarie, il finanziamento sul mercato dei capitali (wholesale funding) nel quale agiscono intermediari più o meno regolati come i fondi monetari, che forniscono risorse liquide abbondanti che cercano parcheggi sicuri per breve tempo.

Chi deve investire un ammontare elevato di liquidità per brevi periodi non ha interesse a depositarlo in banca, perché non sarebbe coperto dall’assicurazione dei depositi. Effettuando transazioni pronte contro termine egli può invece ottenere buoni rendimenti  al tempo stesso garantiti dai titoli da loro acquistati temporaneamente, che possono inoltre usare a garanzia per finanziamenti o come requisiti per operazioni sui derivati.

Al fenomeno shadow banking il Financial Stability Board ha dedicato un’attenta analisi in un suo rapporto del 2011, definendolo come l’insieme di “entità o attività” legate al mercato dell’intermediazione creditizia, che si collocano “al di fuori del sistema bancario tradizionale” (regolamentato). In Italia la Consob definisce lo shadow system come “quel complesso di mercati, istituzioni e intermediari che erogano servizi bancari senza essere soggetti alla relativa regolamentazione“, da monitorare con molta attenzione poiché possibili incubatori di rischi sistemici soprattutto a causa dell’eccessivo ricorso alla leva finanziaria. Inoltre il Tub (Testo unico bancario), ha dato vita a una rimodulazione della disciplina delle attività e dei soggetti operanti in questo settore finanziario, ridisegnando i profili del settore dei cosiddetti intermediari finanziari parabancari con l’obiettivo di “prevedere strumenti di controllo più efficaci, modulati anche sulla base delle attività svolte dall’intermediario”. Il rischio di una bolla comunque è presente.