Avete presente i biscotti rinsecchiti e senza sapore che ci rifilavano le vecchie zie quando, una volta l’anno, andavamo a trovarle da bambini? Erano biscotti di qualità, quando li avevano comprati. Ma tanti anni chiusi in una scatola di latta li avevano trasformati in qualcosa di immangiabile. Ecco, il Grande Fratello Vip è esattamente questo: un biscotto danese di alta qualità andato a male che siamo costretti a ingurgitare per abitudine, perché lo facciamo da sempre, perché non si può dire no alla zia.

Non ci sarebbe nemmeno molto da aggiungere, perché i difetti del Grande Fratello Vip sono i difetti del Grande Fratello e basta: è un format irriformabile, semplicemente. È diventato vecchio, non ha senso alcuno, non parla il linguaggio della televisione contemporanea. Tutte cose che avevamo anticipato e non servivano certo capacità divinatorie. Però l’esordio di ieri sera della versione Vip del padre di tutti i reality ha anche avuto un pregio, ed è giusto riconoscerlo subito: la conduzione di Ilary Blasi. Emozionata e un po’ tesa, forse, ma era anche ovvio, visto che trattasi di un’occasione unica e attesa da tempo. Si può migliorare in corso d’opera, per carità, ma la conduttrice delle Iene ha già mostrato una dote fondamentale per condurre un reality, soprattutto se il reality in questione è il Grande Fratello Vip e il cast è quello che è: una grinta “gajarda” che le permette di tenere testa alle bizze dei concorrenti. Niente buonismo, niente frasi fatte: con la signora Totti si parla come si mangia, ed è una boccata d’aria fresca.

Detto ciò, il programma resta di una noia mortale, nonostante Ilary. Non c’è il guizzo e non può esserci: il format mostra la corda da anni e non è colpa di nessuno. Ci si rassegni, piuttosto, e si vada avanti. Sempre ammesso che ci siano idee nuove da trasformare in programmi televisivi e soprattutto il coraggio di rischiare. Qual è il senso del Grande Fratello nel 2016? Sedici anni fa era la voglia di scoprire come si sarebbero comportati tanti ragazzi sconosciuti catapultati in una casa sotto l’occhio delle telecamere 24 ore su 24. Era davvero un esperimento sociologico, non c’erano sovrastrutture. Nel giro di pochi anni si è trasformato inevitabilmente in un trampolino di lancio per ragazzi e ragazze ambiziosi, che puntavano ai cachet delle serate in discoteca.

La versione Vip, invece, è una sorta di centro di recupero per personaggi in cerca di una rinascita mediatica oppure il passatempo lautamente retribuito di sedicenti star. E allora che fare? Nulla, sopportare. Resistere, resistere, resistere fino alla fine di questa ennesima minestrina riscaldata in televisione. Bene Ilary, malissimo il programma. Ed è un peccato, perché Mediaset ha rappresentato per anni il luogo più creativo e contemporaneo della televisione italiana, mentre adesso sembra che non riesca a stare al passo con le sfide lanciate dalla diversificazione dell’offerta tv. Non è questione di ascolti, perché su quel fronte il Biscione se la cava più che bene. Ma non di solo share può vivere la tv, soprattutto se nei prossimi anni si prevede la fase più traumatica della rivoluzione del piccolo schermo. Davvero Canale5 può resistere alla nuova Rai, a Sky e a Discovery con il Grande Fratello e il Segreto?