E’ trascorso un anno. Dodici mesi di chiacchiere. Trecentosessantacique giorni di resa totale. Era l’alba del 6 settembre 2015 quando i guaglioni in sella a tre scooter fanno irruzione in piazza Sanità e pistole in pugno sparano all’impazzata nel mucchio. Venti colpi esplosi da due differenti revolver, stabilirà la perizia balistica. Genny Cesarano appena 17 anni è colpito a morte mentre era con i suoi amici. E’ a terra, a pochi metri dalla Basilica di Santa Maria della Sanità, dove saranno celebrati i suoi funerali. E’ una vittima innocente. L’ennesima, ce ne saranno altre. La bara bianca, i fiori, i palloncini, la folla. Lo sguardo della statua di San Vincenzo ‘o Munacone, ammonisce. La rabbia, l’invettive e il timido desiderio della piazza di popolo del rione Sanità di rivoltarsi contro la camorra. Hanno resistito pochi giorni le coccarde viola, segno di lutto e di denuncia esposte fuori le chiese, i negozi, appese ai balconi e alle finestre fino a quando non sarebbero stati assicurati gli assassini di Genny alla giustizia. Sembrava l’inizio di una rivoluzione, il possibile riscatto, un “popolo in cammino”.

Dopo Genny ci sono state altre vittime innocenti: Maikol Giuseppe Russo, 27enne ammazzato il 31 dicembre 2015 all’esterno di un bar in piazza Calenda a Forcella; Ciro Colonna, appena 19 anni raggiunto dai proiettili in un circolo ricreativo di Ponticelli. Omicidi senza colpevoli. Indagini arenate nella sabbia di struzzo dell’omertà, della paura, della connivenza-convenienza. Non c’è un solo testimone. Non c’è nessuno che collabori con lo Stato. Niente. E lo Stato promette, promette, promette. Napoli è fuori controllo. Non appena il caso rompe la barriera anonima della cronaca locale e balza ai disonori dell’informazione nazionale si mette in moto la catena di Sant’Antonio: dal ministro dell’Interno a scendere corrono tutti al capezzale della città morente. Più polizia, più mezzi, più investigatori, installazione di sistemi di telecamere, videosorveglianza, droni, piani speciali, missili protonici, Goldrake, Mazinga e Gig Robot d’acciaio. Chiacchiere, chiacchiere e ancora chiacchiere.

Nulla è cambiato dopo l’omicidio di Genny Cesarano che proprio oggi nel suo macabro anniversario di morte, il rione gli dedicherà una statua costruita in suo onore per non dimenticare. Al rione Sanità si combatte una guerra di camorra scandita da agguati, attentati e ritorsioni. Un quartiere in ostaggio dove conta la legge dei clan fatta di violenza e prevaricazione. Una guerra che si combatte a mano armata senza esclusione di colpi e a tutte le ore della giornata. Un attacco frontale culminato pochi giorni fa, il 31 agosto, nell’omicidio di Vittorio Vastarello, 43 anni, in risposta ad un duplice omicidio avvenuto ad inizio agosto in vico di Nocelle a Materdei nel corso di un summit di camorra per ridefinire gli equilibri criminali e le nuove zone d’influenza nel cuore molle del centro storico di Napoli.

Un’impressionante scia di sangue cominciata lo scorso 23 aprile con un raid nel “Circolo Privato Maria SS. dell’Arco in via Fontanelle, strada di collegamento tra il rione Sanità e il quartiere Materdei con due morti: Giuseppe Vastarella e Salvatore Vigna, entrambi pregiudicati e tre feriti Dario Vastarella, 33enne, Antonio Vastarella, 25enne, e Alessandro Ciotola, 22enne. E’ il caos. Una guerra impressionante.

Agguati e contro agguati, in risposta all’uccisione sempre al rione Sanità del boss Pietro Esposito e di suo figlio, ammazzato a pochi metri dove ha perso la vita Genny Cesarano. E’ la resa dello Stato che è riuscito in dodici mesi a garantire, si fa per dire, solo la sparuta presenza dell’esercito in piazza Sanità. Giovani in tuta mimetica, con fucili tra le braccia che spesso sono spernacchiati dai guaglioni che sfrecciano in scooter. La guerra di camorra infiamma non solo il rione Sanità ma altri quartieri e parte dei comuni alle porte di Napoli. Situazione fuori controllo con centinaia di clan, gruppi, sotto gruppi e baby gang con sogni di grandezze e per niente intimoriti dal finire ammazzati in una pozza di sangue. Camorristi come i terroristi dell’Isis senza il desiderio di una aspettativa di vita. Genny vive ma è stato ucciso dalla camorra e neppure si conosce il nome oppure i nomi degli assassini. Tocca allo Stato garantire la sicurezza. A Napoli però  lo Stato ha perso.