Le acque di uno dei bacini più grandi al mondo mostrano livelli di contaminazione preoccupanti, minacciando conseguenze gravi per oltre 750 milioni di persone. Parliamo del bacino indo-gangetico, l’enorme bacino idrico esteso tra Pakistan, India, Nepal e Bangladesh che rappresenta la risorsa d’acqua primaria per l’irrigazione e il consumo dell’intera area.

Approssimativamente si parla di 7200 miglia cube di acqua sotterranea, pari a 20 volte la portata annuale dei tre principali fiumi dell’area, Brahmaputra, Indo e Gange, sommati. Uno studio pubblicato da Nature Geoscience lunedì 29 agosto ha rilevato livelli di salinità delle falde ben sopra la norma, in aggiunta a contaminazioni di arsenio che rendono più del 30 per cento delle acque non potabile. Il team di scienziati, guidato dal professor Alan MacDonald del British Geological Survey, partendo da rilevazioni satellitare ha condotto un monitoraggio sistematico di 3,429 pozzi sparsi per il bacino, analizzandone le acque a più riprese tra il 2002 e il 2012. Una raccolta dati inedita nella materia, che ha permesso un’analisi mai così accurata dello stato di salute delle acque sotterranee dell’Asia meridionale.

Tra salinità e arsenico, più del 60 per cento delle acque risultano contaminate, condizione causata da fattori multipli che evidenziando le criticità di un’area della terra interessata da un incremento demografico eccezionale che, a ruota, comporta uno sfruttamento delle falde acquifere sempre più aggressivo. La salinità, spiega MacDonald al magazine TakePart, è dovuta in gran parte all’utilizzo delle acque del Gange e dell’Indo per l’irrigazione delle campagne. Più acqua si toglie ai fiumi, meno i fiumi riescono a scaricare in mare le scorie contenute naturalmente nelle proprie acque, che si vanno così ad aggiungere, filtrando sottoterra, all’acqua presente nelle falde in profondità, già più salata.

La sete della piana indo-gangetica spinge infatti a cercare acqua sempre più in profondità, dove i livelli di salinità e arsenico (contenuto naturalmente nell’acqua, ma in dosi sempre più nocive man mano che ci si allontana dalla superficie) diventano nocivi. La contaminazione da arsenico non è purtroppo una novità in Bangladesh, dove più di un terzo dei pozzi presenti nel paese, secondo i dati di Dhaka, porta in superficie acque contenenti livelli di arsenico superiori alla soglia di sicurezza nazionale in vigore. Le conseguenze per la popolazione che beve o irriga i campi con acqua contaminata vanno dal cancro a lesioni cutanee, fino a deficit cognitivi permanenti per i bambini.

Nonostante il quadro preoccupante, MacDonald ritiene che una maggiore oculatezza nello sfruttamento delle falde acquifere possa tranquillamente risolvere gran parte dei problemi. “Le acque sotterranee in questa regione sono una grande risorsa”, ha dichiarato MacDonald a TakePart, spiegando che la concentrazione di salinità nell’acqua continua a modificarsi naturalmente in base ai cambiamenti climatici. Si tratta di un processo “automatico” che, se affiancato da un monitoraggio e controllo dei livelli dell’acqua nelle falde, permetterebbe di mantenere la salinità sotto il livello di guardia. Un piano che ora, grazie alla banca dati compilata con l’aiuto di geologi locali che hanno partecipato allo studio, i governi di Pakistan, India, Nepal e Bangladesh potranno mettere in pratica.

Diversa la situazione per le falde di acqua potabile presenti in aree contaminate dall’arsenico, dove secondo MacDonald è necessario preservare le prime dando la priorità al consumo di acqua potabile. Una nota positiva: tra i dati ricavati dallo studio emerge che il livello delle acque sotterranee nell’area non starebbe diminuendo. Complessivamente, mentre nelle falde nei pressi delle megalopoli di acqua ce n’è sempre meno, nelle campagne il livello starebbe addirittura aumentando, seppur lievemente. Un dato che dovrebbe spingere la comunità internazionale ad adoperarsi per salvaguardare non solo la quantità di acqua sulla Terra, ma anche la qualità.

di Matteo Miavaldi