Il manifesto di un Europeo modesto, dove l’organizzazione ha battuto il talento, è quel lungagnone di Eder. Non l’azzurro, ma il portoghese con il 9 sulle spalle. L’attaccante nato a Bissau ha segnato 58 gol in otto anni di carriera, ma in Francia ha impiegato appena mezz’ora per mettere il sigillo sul primo successo del Portogallo. La squadra di Fernando Santos, tutta palleggio e difesa, è la decima nazionale a vincere in quindici edizioni del torneo. Una competizione già di per sé democratica, lo è diventata ancora di più grazie alla formula a 24 squadre che ha regalato ai tifosi alcune favole a dispetto di una selezione vera già nella fase a gironi, salvando gli stessi campioni da un’eliminazione clamorosa con appena tre pareggi. Ribattono i filo-lusitani: nessuno l’ha battuta. Tutto vero e infatti il Portogallo vince meritatamente, nonostante abbia trascorso appena 73 minuti in vantaggio in tutto il torneo (62 in svantaggio).

L’Europeo quindi premia la tattica, la capacità di difendersi prima di attaccare. Meglio Pepe e William Carvalho di Pogba e Griezmann, meglio l’Islanda difesa&atletismo della raffinata Germania perfino un tantino barocca nella sua ricerca esasperata di gioco senza che poi vi fosse un bomber di razza – o almeno occasionale – a spingerla dentro. Così la prima edizione del post Xavi&Pirlo, giocata nella terra di Platini e Zidane, lascia un po’ l’amaro in bocca agli amanti dello spettacolo e scatta una fotografia abbastanza nitida dell’élite (allargata) del calcio continentale.

La decennale ascesa della Germania, iniziata dopo il k.o. contro gli azzurri, ha subito una prima importante battuta di arresto. I campioni del mondo, nel pieno della maturità, si sono ritrovati senza leader offensivo né trofei, mancando la conferma a due anni dal trionfo brasiliano. In Sudamerica si era aperta la crepa nella dominazione spagnola, un’era chiusa definitivamente in Francia con l’eliminazione agli ottavi delle Furie Rosse. È finito un ciclo, vincente e apprezzato dagli esteti. Gli iberici hanno materiale da affinare per riprovarci nel breve periodo ma devono togliersi dalla testa l’idea d’essere i più forti per diritto divino come pareva essere tra il 2008 e il 2012.

La stessa aura che sembrava accompagnare la Francia tra le mura di casa, dove negli ultimi sessanta anni non aveva mai perso una competizione. Ma Paul Pogba non è ancora un leader alla Zidane o alla Platini. I Bleus hanno una spina dorsale giovanissima composta dallo stesso juventino, classe ’93 come Umtiti, e da Griezmann, due anni più grande. La Russia potrebbe essere il palcoscenico giusto per sbocciare definitivamente. Una via necessaria, il successo, per non fare la fine del Belgio, generazione d’oro all’ennesima delusione, o dell’Inghilterra, altra grande rimpicciolita. I Tre Leoni sono arrivati in Francia con ambizioni legittimate da un talento offensivo smisurato. L’ennesimo Rooney, i goleador della Premier Kane e Vardy, Sturridge e la giovane stella dello United Marcus Rashford non sono bastati a sopraffare la piccola ma organizzata Islanda, così come la bella Croazia di Modric si è schiantata davanti al muro portoghese.

L’Europeo ha detto che perfino ventitré giocatori selezionati tra 170mila abitanti di sesso maschile di un’isola ai confini del mondo, imparate le regole tattiche, possono giocare alla pari con chi il calcio si vanta d’averlo inventato. La loro è stata una favola, non l’unica. La semifinale del Galles, il ritorno dell’Ungheria e i quarti della Polonia sono altre fotografie che i nonni di Cardiff, Budapest e Varsavia mostreranno ai loro nipoti. Merito di una formula a 24 squadre che piace alle casse dell’Uefa e alle piccole federazioni, ma decisamente perfettibile. La consistenza delle avversarie del Portogallo è lì a dimostrarlo. Ma anche il cammino della Francia, almeno fino alla semifinale: Romania, Albania e Svizzera ai gironi, Irlanda e Islanda subito dopo per guadagnarsi il faccia a faccia con la Germania. Non proprio una strada infernale. Euro 2016 consegna tante piccole-grandi storie da raccontare, ma meno partite indimenticabili.