Cinque pareggi al novantesimo. Una vittoria al 119esimo con il primo tiro in porta della partita, un’altra ai rigori. Il Portogallo vola così in semifinale, lasciando perplessi tifosi e addetti ai lavori che aspettano ancora, a tre settimane dall’inizio degli Europei, di vedere un match ben giocato su entrambe le sponde del campo da Cristiano Ronaldo e compagni. Da quando la fase finale a gironi si gioca in un unico luogo non era mai accaduto. Dall’altro lato c’è una statistica che invece valorizza i lusitani: arrivano quasi sempre in fondo. In quattro delle ultime cinque edizioni, la nazionale di Lisbona è approdata tra le Big 4 del torneo. Senza mai vincerlo. È come se quest’anno la sfortuna stia restituendo al Portogallo ciò che gli ha tolto, a iniziare dal 2004 quando la squadra allenata da Scolari perse in finale contro la Grecia, sbarcata al match decisivo con una storia simile a quella tenuta finora da chi allora perse. Il cammino dei lusitani racconta di un gruppo mai esaltante. Quando davanti Cristiano e Nani hanno espresso tutto il loro potenziale, dietro qualcuno ha combinato un pasticcio. Mentre se gli attaccanti non hanno girato, Pepe è diventato monumentale – come giovedì sera – nel chiudere i varchi agli avversari. Nonostante questa diacronia tra i reparti che gli uomini di Fernando Santos sono ancora vivi e scenderanno in campo contro la vincente di Belgio-Galles.

All’esordio è Bjarnason a rispondere a Nani, firmando l’1-1. Sembra già un passo falso importante, invece il cammino dell’Islanda dimostra che il pareggio del 14 giugno è alla fine un risultato prezioso contro una delle squadre tatticamente più attrezzate dell’Europeo. Contro l’Austria, un altro punticino striminzito. Il Portogallo gioca bene, produce molte occasioni e regge in difesa di fronte a una delle squadre più deludenti viste in Francia. Se non arriva la vittoria, è colpa anche di Cristiano Ronaldo. L’asso del Real Madrid sbaglia un rigore, confermando un avvio di competizione sottotono. Uno status rimasto identico nelle partite successive, tranne che in quella decisiva per il passaggio del turno contro l’Ungheria. Finisce con un nuovo pareggio, figlio di una partita pazza nella quale il Portogallo si ritrova a inseguire per ben tre volte. CR7 firma una doppietta, un gol – di tacco – è da antologia. Non basta per agguantare la prima vittoria, ma è sufficiente per chiudere tra le migliori terze – attenzione: nell’unico girone senza big del torneo – e accedere agli ottavi. In un altro Europeo qualsiasi, sarebbero tornati in patria.

Da Inghilterra ’96, prima edizione con fase finale a 16 squadre, nessuna squadra era arrivata in semifinale senza aver battuto almeno un’avversaria in novanta minuti. E il Portogallo ha avuto anche una partita in più – gli ottavi, introdotti per il passaggio a 24 – per vincerne una. E’ lontanissimo il record raggiunto nei Paesi Bassi, anno 2000, quando proprio i lusitani, ma anche l’Italia e l’Olanda arrivarono alla penultima partita con quattro vittorie su quattro (la Francia, poi vincitrice, con tre). E fecero meglio anche le due peggiori semifinaliste di sempre: gli Oranje nel 2004 e l’Italia nel 2012. Gli azzurri arrivarono alla semifinale contro la Germania avendo battuto solo l’Irlanda ai gironi, dove pareggiarono con Spagna e Croazia, e vincendo solo ai rigori nei quarti contro l’Inghilterra. Un percorso simile all’Olanda di otto anni prima: sconfitta contro la Repubblica Ceca, pareggio con la Germania e vittoria contro l’esordiente Lettonia per 3-0. Poi nei quarti il successo contro la Svezia ai rigori dopo lo 0-0 ai supplementari.

Sempre meglio dei tre pareggi che hanno spedito il Portogallo nella parte morbida del tabellone, evitando Germania, Francia, Italia e Spagna. Oltre all’Inghilterra, avversaria designata in caso di secondo posto. Il ripescaggio costringe comunque i lusitani ad affrontare, almeno nel primo turno a eliminazione diretta, un avversario di rango. Sembra il più difficile, per quanto visto durante la fase a gironi. La Croazia di Modric viene invece ingabbiata. Il Portogallo gioca una partita perfetta sotto il profilo del contenimento. I biancorossi non trovano mai un varco, un guizzo per impensierire Rui Patricio. Come Cristiano Ronaldo e compagni di reparto. Ancora una volta il Portogallo è bello dietro, ma inesistente davanti. Al novantesimo è ancora pareggio e nessuna delle due squadre ha ancora tirato nello specchio della porta. Gli sbadigli durano per altri 28 minuti. Poi Perisic va vicino al vantaggio e sul ribaltamento di fronte la firma è quella di Ricardo Quaresma, l’eterno incompiuto. Tradotto: Portogallo ai quarti con 4 pareggi e un tiro in porta.

Sulla stessa falsariga si sviluppa il quarto contro la Polonia. Subito svantaggio, poi la risalita. Il pareggio grazie a un tiro di Renato Sanches, il più giovane marcatore nella storia degli Europei con i suoi 18 anni e 316 giorni, deviato dalla difesa polacca. Poi tante occasioni fallite, ancora una volta, da un Cristiano Ronaldo irriconoscibile e capace di ciccare il pallone, solo davanti alla porta, in un due occasioni. Cose che avrebbe imbucato da bendato se avesse vestito la camiseta blanca. Dietro però Pepe, uno che invece qualche topica la piazza qua e là, gioca una partita monumentale. E ai rigori spunta ancora Ricardo Quaresma, dopo il penalty intercettato da Rui Patricio a Blaszczykowski. Il Trivela, il giocoliere fine a sé stesso, diventa l’uomo del destino. Un destino che pare già scritto: il Portogallo più brutto, arrivato in semifinale grazie a un ripescaggio e ancora mai vincente nei 90 minuti, si sta riprendendo con gli interessi quel che ha lasciato nelle precedenti edizioni. Zidane dal dischetto al 117′ nel 2000, la testa di Angelos Charisteas quattro anni dopo, la Spagna dagli undici metri nel 2012: ferite ancora aperte che potrebbero scomparire presto. Del come, a Lisbona, non frega niente a nessuno.