Ho vissuto per un anno e mezzo nel verdissimo Yorkshire, nel cuore di quell’Inghilterra di provincia che ha votato in grande maggioranza per far uscire il Regno Unito dall’Unione Europea.

Poiché venivo dal Canada, il primo aspetto che m’è rimasto impresso è stato l’eccessivo grado di islamizzazione di alcune piccole realtà inglesi, come per esempio la cittadina di Bradford, vicino Leeds. Qui, a Bradford, all’ombra della torre dell’orologio comunale bruttamente copiata da quella rinascimentale di Siena, era comune vedere in giro per strada solo gruppi di giovani uomini islamici, eventualmente seguiti in rigorosa fila indiana da sorelle e fidanzate coperte integralmente dal burqa.

Qui, a Bradford, ancora pochi giorni fa si poteva leggere un annuncio di lavoro da parte di una scuola alla ricerca di un insegnante di Storia. All’insegnante veniva però chiesto ufficialmente di rispettare e contribuire all’“ethos islamico” della scuola stessa. Una questione non circoscritta a un singolo istituto, come si può vedere da questo articolo dello Yorkshire Post. Io, da laico europeo occidentale del XXI secolo, avrei già grandi problemi a insegnare in una scuola d’ispirazione cattolica, tipo quella fin troppo fascio-alpha raccontata da Albinati, figurarsi in una islamica, religione molto meno prêt-à-porter di quella cattolica.

Per capire il come mai del clamoroso voto di ieri notte che ha condotto il Regno Unito fuori dalla Ue dopo quasi mezzo secolo, e forse il Regno Unito stesso alla disgregazione, bisogna tener presente molto più la realtà di Bradford, che non quella della cosmopolita Londra, o della gaya Manchester. E bisogna considerare il ruolo della globalizzazione non hegelianamente organizzata, specie nei confronti dell’immigrazione islamica, che non l’euroscetticismo degli inglesi più ignoranti e provinciali.

Parliamo dunque di un un’Inghilterra molto meno istruita e chic di quella rappresentata in high definition dalla Bbc. Di una realtà dove il multiculturalismo si è imposto nel giro di troppo pochi anni ma non è stato incanalato, strutturato, mesmerizzato bene come a Londra o come in Canada. Cittadine rosse, un tempo industriali e ricche di operai, anche specializzati, che non sono riuscite a rimodulare la loro economia in senso turistico e multi-tutto, come appunto hanno fatto, con diverso grado di successo, Londra e le altre sette urbi nane. Luoghi dove la propaganda becera e ignorante e falsa del partito populista locale, l’Ukip di Nigel Farage, ha avuto un gioco fin troppo facile a completare e arredare quel terrore che gli strati più bassi della popolazione, su su fino alla classe media, avevano di questo nuovo mondo così poco fish and chips.

Non è un caso che le parole più digitate nei Tweet del campo #Leave siano state “Immigration”, seguita da “control” e “sovereignty” (sovranità), mentre nel campo #Remain siano state “Economy”, “Rights” (diritti) e “future”. Ian Bremmer ha chiosato: è sembrato si votasse su due referendum diversi. E al campo pro-UE, aggiungiamo noi, è mancato l’afflato ideale, il concetto che da quando esiste la UE, esiste la pace in Europa occidentale: bread, and roses too.

Adesso non ci resta che riflettere sull’opportunità che determinate questioni di politica estera vengano lasciate nelle mani della democrazia diretta tramite referendum. Se infatti è vero che tecnicamente quello di ieri è stato “solo” un referendum consultivo e dunque non è stato un esercizio di democrazia diretta, sappiamo anche che deve ancora nascere lo statista inglese che dica, a referendum fatto, “abbiamo scherzato, il popolo inglese ha votato al 51% per un errore ma gli interessi del Regno Unito sono altri, e dunque restiamo ugualmente nella Ue”. Di fatto, dunque, il referendum sulla Brexit è stato un esercizio di democrazia diretta.

Se n’è subito reso conto il premier David Cameron, grande fautore di questo boomerang di referendum e uomo politico che sarà ricordato nei libri di Storia per essere stato colui che in un colpo solo è riuscito a perdere la Ue, il numero 10 di Downing Street, la guida dei Tories, il valore della sterlina, la Borsa di Londra, e forse anche Scozia, Nord Irlanda e Gibilterra. Se infatti tutti si aspettavano, in caso di Brexit, un nuovo referendum di secessione della Scozia a stretto giro di posta, fatto già annunciato nei giorni scorsi dai leader dello Scottish National Party, nessuno poteva immaginare che anche l’Ulster si pronunciasse in favore di un prossimo referendum addirittura di riunificazione con quella Repubblica d’Irlanda che ha l’Euro ed è salda dentro la Ue.

Lo stesso dubbio se lo staranno ponendo gli inglesi di Gibilterra, dove il Remain ha trionfato con il 96% dei voti, per la gioia dei nostalgici di Francisco Franco in Spagna, che da sempre avanzano pretese sullo scoglio. Il governo della Rocca, però, potrebbe essere ora tentato di indire un referendum di unificazione all’Irlanda o all’Olanda, più che unirsi alla Spagna, considerato che nei due referendum precedenti del 1967 e 2002 in questo senso gli abitanti di Gibilterra si sono schierati contro alla soluzione spagnola rispettivamente al 99% e al 98%. Insomma, gli unici contenti dell’esito di questo referendum rischiano di essere i cartografi.