Milano vinta da Sala per 19mila voti, Napoli che riconferma De Magistris mobilitando però solo il 37% degli elettori. L’affluenza a questo giro di amministrative è ancora protagonista assoluta delle scelte degli italiani, insieme all’imposizione dei Cinque Stelle. Le analisi dei flussi diranno presto dove sono andati i voti ma alcune riflessioni si impongono, soprattutto guardando a ottobre. “In questi risultati iniziano a intravvedersi i segni dei tanti errori commessi dal PD e da Renzi che rischiano di materializzarsi in modo definitivo tra quattro mesi”. A sostenerlo, con una assertività quasi inusuale, è il direttore dell’Istituto Bruno Leoni Alberto Mingardi che accetta volentieri una chiacchierata di ordine politologico sui risultati delle amministrative: cause, effetti e riflessi sul prossimo futuro.

Partiamo dall’affluenza, il partito dell’astesione è maggioritario
Su questo pesano molti fattori ma mi pare che quella che era era nata come un furbizia si è ritorta contro chi voleva fare il furbo, cioé il governo. La data delle elezioni non è stata certo scelta per favore la partecipazione elettorale: abbiamo votato al primo turno nel ponte del due giugno, il ballottaggio scavalla verso una parte del mese in cui molti italiani hanno ben altro per la testa. Non è un bel regalo neppure per i nuovi sindaci: faranno molta fatica perché la loro legittimazione è stata molto parziale. Non aiuata il fatto che sia stata una campagna elettorale relativamente povera, fatta sui social media-tv e non con grandi mobilitazioni che colpissero grandemente la fantasia della gente. Per non parlare dei programmi.

No, parliamone
Beh, con l’eccezione di Milano da ambo le parti, nella maggioranza dei casi i programmi erano opuscoli o collezioni di slide. Per curiosità, ora che se ne può parlare senza essere fraintesi, andate sul sito di Lettieri: è una collezione di frasi ad effetto e slide, quello di De Magistris erano sette pagine in tutto. Giusto una collezione di intenzioni messe assieme alla bell’è meglio solo perché la legge ti obbliga a depositare un programma. Ecco, i contenuti a questo ballottaggio spesso non si sono proprio visti, in favore di una polarizzazione forte con o contro il governo.

Dove ci porta questa disaffezione?
E’ evidente che si è rotto un certo equilibrio che faceva perno sul territorio e sulle strutture di partito. Ma, se mi è consentito, chi ha perso ha commesso anche degli errori specifici che non sono legati a queste dinamiche generali. Penso a Renzi e al suo rappresentare sempre l’alternativa da sé come impercorribile. E’ evidente che il Pd guidato da lui sia rimasto spiazzato dall’avanzata dei Cinque Stelle. Ma molto lo si deve a una sottovalutazione che non è tanto delle loro potenzialità, che sono evidenti, quanto dell’effetto collaterale di una narrazione un po’ estremista che identifica l’abisso con la propria alternativa. Renzi continua a dire “o me o Salvini e i Cinque Stelle”, o me o i populisti. La sonora lezione che arriva dai ballottaggi per lui è che agli italiani non piace stare con la pistola alla tempia. Anzi semmai si divertono a fargli un dispetto. Del resto, una alternativa riformista non può fare perno non sui propri programmi, bensì solo sulla paura dell’arrivo dei barbari. E’ una contraddizione molto profonda.

Dove è andata la partecipazione?
La destra, diciamocelo, non ha mai avuto radicamento. Forza Italia è un partito liquido che coincideva, almeno fino a ieri, con una persona e il Pd di Renzi ha perso buona parte del proprio radicamento, si è consapevolmente “personalizzato”. A Milano ha avuto capacità di mobilitazione però credo che abbia davvero commesso molti errori di valutazione. E mi fa un po’ specie che proprio Renzi abbia sottovalutato la potenza della rottamazione. Che per altro potrebbe provare presto sulla sua stessa pelle, tra una manciata di mesi.

In effetti molti pensano sia l’antipasto per il referendun di ottobre
Su questo ho un’opinione radicatissima. Il referendum di ottobre è perso per Renzi, nella situazione attuale. Non riesco a capire come facciano a non accorgersene. Se lei stima una partecipazione del 60% alla consultazione di ottobre, significa 30 milioni di voti. Se prende il referendum Trivelle sono andati in 15 milioni. La stragrande maggioranza ha votato contro le trivelle e quelli sono sicuramente contro la riforma costituzionale. Ma anche quelli che hanno votato a favore delle Trivelle direi che rappresentano la vecchia ala “industrialista” del PCI. Ed è tutta gente che fa naturalmente parte del fronte del no.

E dunque?
Ora, uno non può pensare di farcela avendo contro il 75% delle forze politiche. La sinistra solo una volta ha preso 15 milioni di voti, con L’ulivo. E c’era dentro tutto, da Dini a Bertinotti. E dall’all’altra una destra divisa. Dove li va a prendere Renzi questi 15 milioni di voti sulla riforma costituzionale? L’ottimismo sparso in questi mesi era surreale, dopo le amministrative vien da dire che davvero quando si è al governo perdere lucidità è molto facile. Il referendum, a mio avviso, non passerà neppure con la mobilitazione di tutto il governo o con l’annunciata battaglia quartiere per quartiere.

Perché è tanto sicuro?
La verità? Il tema della riforma è arcano, complesso. Interessa una quota minima di persone che per altro hanno opinioni estremamente radicate, ideologiche e tendono a stare dalla parte del no. L’elettore d’opinione che cambia idea va bene se capisce la riforma del Senato, ma non è una cosa alla quale si applichi o appassioni. Se fosse “aboliamo il Senato” sarebbe anche facile, ma con la sostituzione di quello delle regioni anche questo argomento fa meno presa. C’è una marea di obiezioni di merito che rende difficile imporre una nuova narrazione. Salvo sorprese, s’intende.

Cosa intende, scusi. Cosa si aspetta che faccia ora Renzi?
Credo che se vuol avere qualche chance deve inventarsi una proposta straordinaria che coinvolga ampi strati dell’elettorato, fuori dalla legge elettorale. Una misura del governo che accenda i cuori delle persone, chesso’ io: una grande riforma fiscale. Qualcosa che accenda l’entusiasmo delle persone e gli consenta di riproporre l’alternativa dicendo: guardate, se non votate per me al referendum questa cosa qui non la posso fare. E’ sempre uno scambio: ma almeno c’è qualcosa come contropartita, ci sarebbe un disegno di cambiamento vero. Non semplicemente “non puoi votare per i cattivi”. Temo però che la tentazione di Renzi, come già in passato, sia invece quella di giocare su piccole misure redistributive: trovare il modo di abbassare l’età pensionabile, inventarsi qualche programma di investimenti o pseudo tali, insomma mettere provare a conquistare pezzi di elettorato dando loro un beneficio tangibile, e non invece imbarcarsi in una grande riforma.

Altrimenti?
L’alternativa è una partita di palazzo che non può prescindere da una legge elettorale che è criticata da tutti e che per giunta in tutta evidenza non giova neppure al PD. Per altro in una situazione pericolosa, perché mettiamo che vinca il no, ci troviamo con due leggi elettorali diverse per Camera e Senato che non è il massimo per andare ad elezioni.

E quindi, la cambierà?
Qui c’è un paradosso interessante con cui il Pd dovrà fare presto i conti. La riforma elettorale porta la firma di Renzi, questo referendum no. Renzi ha chiuso un lavoro che era già in fieri. Quindi si gioca il tutto per tutto su una riforma costituzionale che ha portato a compimento ma che era cominciata prima e che doveva essere una riforma molto più condivisa di quelle che l’hanno preceduta, cosa che non è. E se la gioca contro tutto il gruppo del centro destra del Paese che, è vero, non è più quello di dieci anni fa, ma è pur sempre una quota di elettori che potrebbe fare la differenza o non votare, perché con una maggiore astensione si abbassa l’asticella. E se la gioca contro il Movimento Cinque Stelle, ovviamente, per salvare un Italicum che oggi sembra fatto apposta per i Cinque Stelle. Non a caso tutti i ballottaggi che ha fatto il Pd contro M5S li ha persi. E avendo questo record di sconfitte ai ballottaggi contro i Cinque Stelle fa di tutto per difendere una legge elettorale che lo penalizza. Da questo punto di vista Renzi e il Pd sembrano a un punto cieco.