Bisognerà aspettare settimane per sapere con certezza se il volo 804 dell’EgyptAir che è precipitato nel Mediterraneo è stato vittima di un attentato terrorista oppure si è trattato di un problema tecnico. Per ora nuove prove indicano che è scoppiato un incendio in uno dei bagni del velivolo, ma non se ne conosce la natura.

In ogni caso, l’impatto sull’industria del turismo egiziana e sull’economia del paese in generale sarà disastroso. L’industria del turismo rappresenta circa l’11 per cento del Pil egiziano ed assorbe il 12 per cento della forza lavoro. Il numero di turisti che viaggiano in Egitto è già sceso da 2,2 milioni nel primo trimestre del 2015 a circa 1,2 milioni nel primo trimestre del 2016. Tutte le località balneari egiziane sono ormai quasi deserte e anche siti popolarissimi come le piramidi di Giza e la grande Sfinge ricevono pochissimi visitatori. 

Il nuovo disastro aereo sicuramente peggiorerà queste statistiche. Non dimentichiamo, infatti, che quello di giovedì è il terzo incidente aereo nell’arco di pochi mesi. A marzo, un volo dell’ EgyptAir è stato dirottato da un uomo che indossava una cintura esplosiva falsa ed il pilota è stato costretto a fare un atterraggio di emergenza a Cipro. Lo scorso novembre, un aereo russo Metrojet 9268 con 224 persone a bordo è esploso a nord del Sinai, appena 23 minuti dopo il decollo dall’aeroporto di Sharm el-Sheikh, che si trova sulla penisola del Sinai. L’aereo era diretto a San Pietroburgo, in Russia.

Durante il regime di Hosni Mubarak, l’Egitto era un centro turistico importante, ma il numero di visitatori è iniziato a calare con lo scoppio della primavera araba nel 2011, seguita dal rovesciamento di Mubarak. La maggiore flessione negativa si è però avuta nel 2013 a seguito del colpo di stato militare, guidato dall’attuale presidente Abdel al-Fattah al Sisi, per cacciare il governo eletto guidato dalla Fratellanza mussulmana di Mohammed Morsi.

Gli egiziani, tuttavia, sembrano meno preoccupati dalla flessione delle entrate generate dal turismo che dall’atteggiamento del nuovo governo egiziano che vede se stesso come una potenza regionale che combatte in prima linea la guerra contro il jihadismo globale. Il suo capo, il presidente al Sisi ama presentarsi alla nazione ed al mondo come il paladino dell’islamismo politico. Come Erdogan, il leader turco, sfida organizzazioni jihadiste come lo Stato Islamico brandendo una versione autoritaria dell’islamismo politico, che altro non è che la nuova versione dei vecchi regimi dittatoriali arabi, come quello di Mubarak o Saddam Hussein.

Questa formula continua a piacere all’occidente. La popolazione locale, invece, è convinta che l’atteggiamento bellico di al Sisi può trasformare il loro paese in un bersaglio importante per i jihadisti, il timore è che nel lungo periodo tutto ciò fomenti l’insurrezione islamista nella penisola del Sinai, dove lo Stato Islamico ed altri gruppi sono già presenti, e da li si estenda ad altre provincie del paese.

L’Egitto potrebbe finire come la Siria e la Libia, insomma. Timori e riflessioni di questo tipo sono ignorati dalla stampa egiziana, ormai apertamente di regime, come quella turca. Questa celebra costantemente il ruolo di al Sisi nella lotta contro il jihadismo islamico. Allo stesso tempo minimizza il problema degli attentati aerei e sembra non essere interessata ai problemi della sicurezza dell’EgypAir, la compagnia aerea di bandiera. L’anno scorso questa è stata coinvolta in una disputa di lavoro, con 224 dei suoi 850 piloti che minacciavano di dimettersi a causa dei bassi salari e delle pessime condizioni di lavoro.

Il mercato del lavoro egiziano risente pesantemente della contrazione economica e del ritorno al potere della vecchia elite di Mubarak. A 5 anni dallo scoppio della primavera araba la situazione è peggiorata. Ed in fondo la colpa è anche dell’occidente che ha appoggiato il colpo di stato di al Sisi ed ignorato il desiderio di cambiamento della popolazione egiziana. Tutto ciò ha creato terreno fertile per il jihadismo che ha già conquistato una roccaforte, la penisola del Sinai. Un bilancio, dunque, negativo che mette a nudo, ancora una volta, le deficienza della politica estera europea ed occidentale.