Sono solo canzonette? Nossignore. L’Eurovision Song Contest, il festival europeo della canzone, è molto di più. Lo sapevamo già, ma l’edizione di quest’anno, conclusasi ieri sera a Stoccolma, lo ha dimostrato una volta di più.

Ha vinto l’Ucraina con la cantante Jamala e il suo brano 1944. Un testo forte, storicamente e politicamente potentissimo. Nella canzone si parla, infatti, delle deportazioni dei tatari di Crimea ordinate da Stalin in Ucraina: quasi duecentomila persone, accusate di aver collaborato con l’invasore nazista, erano state spostate con la forza in altre zone dell’Urss (Uzbekistan sprattutto, ma anche Kazakhstan e Russia). Diecimila tatari morirono di fame in Uzbekistan, circa 30mila (secondo le stime del famigerato Nkvd) morirono in esilio nei primi 18 mesi. Una pagina dolorosissima della storia ucraina che trionfa all’Eurovision proprio mentre Kiev e Mosca si affrontano in una guerra più che tiepida per il controllo della stessa Crimea.

Uno scherzo del destino che penalizza il concorrente russo, arrivato in Svezia con il ruolo di favorito e che paga risvolti politici più che musicali. Ma l’Eurovision Song Contest, dicevamo, è anche e soprattutto politica. Così come è alleanze tra paesi vicini o tradizionalmente amici, blocchi interi di nazioni che si votano a vicenda, biscottoni di calcistica memoria che forse penalizzano la gara prettamente musicale ma che rendono interessante e affascinante questo strano Risiko fatto di canzonette e trash.

È andata male, anzi malissimo, per la bravissima Francesca Michielin e la sua “No degree of separation” (una versione bilingue del brano che le ha permesso di arrivare seconda all’ultimo Festival di Sanremo): sedicesimo posto (per i bookmakers inglesi eravamo tranquillamente in top 10), poche soddisfazioni dalle giurie nazionali e ancora meno al televoto. Un risultato deludente che tuttavia non deve e non può intaccare la perfetta operazione europea della giovane cantante veneta: viaggio in pullman dall’Italia alla Svezia, strategia di comunicazione sui social efficacissima e moderna, ma anche l’essere riuscita a mettere d’accordo tutti gli spettatori italiani che facevano il tifo per lei (era andata in maniera decisamente diversa nel 2015 con Il Volo e nel 2014 con Emma). L’Italia all’Eurovision paga principalmente due “colpe”: non si è adeguata allo stile baraccone imperante sul palco continentale e “politicamente” non conta molto, non ha stretto alleanze degne di nota, non ha mai fatto cartello. Per la vittoria ci sarà tempo (siamo tornati in gara solo pochi anni fa), ma in fondo la Rai non vuole vincere, visto che vincere comporta l’organizzazione dell’edizione successiva e un dispendio di risorse economiche spropositate per un paese come il nostro che continua a preferire il polveroso Festival di Sanremo al divertente Eurovision Song Contest.

Il colpaccio di quest’anno stava però per riuscire all’Australia. Chi non segue l’Eurovision ma è bravino in geografia si chiederà cosa diavolo ci faccia l’Australia all’Eurofestival. Domanda più che lecita, ma la nazione oceanica partecipa ormai da due anni, visto che a quelle lontane latitudini l’evento di intrattenimento più visto al mondo è seguito e amato da anni. Alla fine la canzone australiana si è piazzata al secondo posto (dietro l’Ucraina e davanti la Russia), ma anche se avesse vinto, il prossimo anno non saremmo comunque stati costretti a guardare l’Eurovision di mattina, visto che una clausola del contratto di partecipazione precisa che l’Australia, in caso di vittoria, dovrebbe cedere l’organizzazione a una nazione europea a sua scelta.

Rischio comunque scongiurato, visto che l’Eurovision Song Contest 2015 è stato vinto da una canzone ucraina, una canzone anti-russa, sfidando proprio il concorrente russo all’ultimo televoto. Chissà come sarà contento lo zar Vladimir…