C’è chi la chiama “visione“, chi lo definisce “eventismo“. Fatto sta che la festa è finita, come fanno i sogni all’alba. E’ stata poco più di un fuoco fatuo la Roma capitale della Cultura immaginata da Francesco Rutelli e Walter Veltroni. Se nei primi anni 2000 la Notte Bianca, la nascita dell’Auditorium Parco della Musica, le luci della Festa del Cinema e le varie Case avevano illuminato una città che aveva voglia di competere con le grandi capitali europee, oggi cosa rimane? Di quell’effervescenza poco o nulla, gli eventi sono solo un ricordo e molte delle istituzioni fiorite in quegli anni faticano a sopravvivere: i Teatri di cintura, che dovevano portare cultura e bellezza anche nelle periferie più difficili, lottano contro l’oblio e la burocrazia. In brandelli anche le vestigia del passato: restano un’Estate romana che è l’ombra dei bei anni che furono, istituzioni che ogni anno sperano nell’elemosina della mano pubblica perché nessuno è mai riuscito a escogitare il modo per renderle almeno in parte autosufficienti. E un patrimonio stritolato dall’indifferenza e dall’incuria e gestito più come un fastidio che come una risorsa inestimabile.

CULTURA, IL COMUNE INVESTE MENO DI 15 ANNI FA
Se nel 2000, quando ad affacciarsi da Palazzo Senatorio sui Fori imperiali era Francesco Rutelli, la spesa in cultura rappresentava il 2,69% del bilancio del Comune – dati Federculture – nel 2002, Walter Veltroni sindaco, era salita al 4,33% per poi toccare un picco del 4,47% nel 2011 con Gianni Alemanno, nel 2014 è scesa a quota 2,40%: il secondo peggior risultato dopo il minimo storico del 2,23% toccato nel 2012 dalla giunta dell’ex sindaco del Pdl. “Rutelli è stato l’ultimo ad avere una visione di città – spiega Valeria Grilli, presidente del Fai Lazio, articolazione regionale del Fondo Ambiente Italiano – aveva cominciato a realizzare la sua idea con i grandi musei di arte moderna e la costruzione dell’Auditorium Parco della Musica. Tutti progetti che ha poi portato a termine Veltroni”. Ovvero il sindaco che ha creato istituzioni come la Casa del Cinema, la Casa del Jazz, la Casa delle Letterature, i Teatri di cintura, inventato la Festa del Cinema. In nome di un obiettivo: fare di Roma una delle capitali mondiali della cultura. Che fine ha fatto quel sogno? E’ svanito con l’addio di Veltroni.

SEVERINO: “FINITO L’EVENTISMO DI VELTRONI, LA CITTÀ SI È SPENTA”
“Veltroni ha esacerbato il fenomeno dell'”eventismo” – spiega Fabio Severino, docente di Economia e gestione delle organizzazioni culturali alla Sapienza di Roma – ha messo tantissima benzina pubblica e privata nella macchina della cultura utilizzata come strumento di consenso, ha prodotto una grande effervescenza estemporanea ma ha lasciato poco. Ha scelto su tanti settori con una logica da direttore artistico, scegliendo in maniera arbitraria cosa finanziare e cosa no. Nel momento in cui la benzina è stata staccata, in primis dalla giunta Alemanno, è iniziato un declino progressivo e la città si è spenta, gli eventi sono finiti e di quanto creato è rimasto poco”. Perché? “Le varie iniziative culturali erano imperniate sulla capacità dell’ex segretario del Pd di utilizzare fondi pubblici e di attrarre finanziamenti privati – continua Severino – Veltroni ha fatto un uso intelligente delle risorse delle tre banche tesoriere del comune, che gestiscono 7 miliardi di bilancio annuale che da contratto devono destinare una percentuale del gestito a sponsorizzazioni di attività culturali. Ma in rari casi le sue ‘creature’ erano state concepite perché fossero autosufficienti: non si è pensato a conferire a quei luoghi una sostenibilità economica che andasse oltre lo stesso Veltroni”.