La dieta mediterranea più che una realtà è rimasta un mito. Anche in Italia, soprattutto nelle regioni del Sud, dove i dati sull’obesità mettono in allarme gli esperti. “Ci saremmo aspettati risultati diversi, almeno nel meridione, abbondante di frutta e verdura, e invece no, lo stile mediterraneo che vogliamo esportare ovunque è stato abbandonato, in particolare da chi vive in contesti di disagio economico e culturale” spiega Lino Caserta, direttore del centro Ace (Associazione calabrese di epatologia) di Reggio Calabria, che dal 2002 fa attività di ricerca su epatiti, obesità e cardiopatie con la collaborazione dell’Istituto superiore di sanità (Iss), e ha partecipato all’ultimo studio sull’obesità nel mondo appena uscito su Lancet.

Le cifre balzano all’occhio. “Su un campione di quasi mille cittadini calabresi, di età compresa tra 18 e 75 anni – dichiara Caserta -, sono obesi il 27,2 per cento degli uomini e il 27 per cento delle donne”. Rispetto a una media globale rispettivamente del 10,8 e del 14,9 per cento (The Lancet). Non si mangia meglio nelle altre parti della nostra penisola. Nell’ambito del progetto “Cuore”, l’osservatorio epidemiologico cardiovascolare dell’Iss, tra il 1998 e il 2012, ha fotografato un aumento dell’obesità in tutti e due i sessi: dal 17,5 al 24,5 in quello maschile e dal 22 al 24,9 in quello femminile, raggiungendo circa il 25 per cento in entrambi.

“È la nuova malattia della povertà” così il medico la definisce. “I cibi più salutari in genere costano di più. Anche frutta e verdura fresca non sono sempre a buon mercato. Allora se ne fa a meno e si opta per i prodotti confezionati e ricchi di conservanti, che al supermercato trovi anche a un euro”. La tendenza a mangiare male è diffusa soprattutto nel ceto meno abbiente e meno istruito. “L’abbiamo notata nelle famiglie monoreddito, con disoccupati, tra chi ha un livello di educazione più basso. Seguono invece una dieta più sana laureati e professionisti”.

Mettere su troppi chili ha effetti deleteri sulla nostra salute. “Espone l’organismo a gravi complicanze, dall’ipertensione all’insorgenza del diabete, di malattie cardiovascolari, come ictus e infarti, poi tumore al pancreas e al colon – sottolinea Caserta -. E può può costare fino a 8 anni di vita in meno nei casi più gravi. Avanti di questo passo, nei prossimi anni l’obesità diventerà un’emergenza sanitaria e sociale”. Che avrà un enorme impatto sulla spesa del Servizio sanitario nazionale. Già oggi l’obesità ci costa nove miliardi l’anno tra spese sanitarie, calo di produttività, assenteismo e mortalità precoce. Un obeso grave costa circa 500 euro all’anno in più di un normopeso, stima Ibdo Foundation.

L’eccessivo accumulo di grasso è già un pericolo conclamato tra le nuove generazioni. Il centro Ace ha dedicato un’indagine mirata in oltre 600 bambini tra gli 11 e 13 anni, residenti nel capoluogo calabrese. Il quadro che è emerso è preoccupante. Il 13,5 per cento degli intervistati è obeso (nello specifico, il 18,4 per cento dei maschi e il 10,1 delle femmine) e ben il 30,5 in sovrappeso. “In questi ragazzi abbiamo trovato un’importante diffusione della steatosi epatica non alcoolica, la nuova malattia del fegato che ha soppiantato le epatiti virali, e abbiamo dimostrato che questa condizione funziona come un acceleratore del danno aterosclerotico, già a questa età!”. Che cosa significa? “Che le pareti interne delle arterie iniziano a ostruirsi e infiammarsi per la presenza di materiale lipidico, come il colesterolo. Un processo che in età adulta può provocare l’infarto al miocardio oppure ictus. Bisogna vedere se questi ragazzi, dimagrendo fra qualche anno, riescono a ridurre il danno”. Il bilancio sull’obesità infantile in Italia è fornito dal sistema di sorveglianza nazionale “Okkio alla salute”, promosso dal ministero della Salute. L’ultimo, del 2014, rivela che su quasi 50mila bambini, 9,8 per cento sono obesi (di cui 2,2 per cento a livelli gravi) e il 20,9 in sovrappeso. E le prevalenze più alte si registrano nelle regioni meridionali. I dati sono in lieve calo se confrontati a otto anni fa (rispettivamente, 12 e 23,2 per cento), ma continuano a rimanere alti rispetto agli altri paesi europei. Tra le cause, ci sono ovviamente abitudini alimentari scorrette: l’8 per cento dei bambini salta la prima colazione, abbuffandosi a pranzo; il 25 per cento non mangia ogni giorno frutta e verdura; e ben il 41 per cento consuma bevande zuccherate e gassate. Ma anche la sedentarietà: quasi il 20 per cento fa sport soltanto un’ora alla settimana.

Eppure l’Italia è al quarto posto per aspettativa di vita tra i Paesi Ocse. “Non c’entra. La qualità della vita degli over 65 scade. C’è scarsa assistenza sul territorio e purtroppo si fa pochissima prevenzione” avverte il medico. L’informazione è uno strumento importante per combattere l’obesità. “Stiamo preparando una campagna di prevenzione che faremo nella popolazione di Reggio Calabria e provincia. È importante sapere a quali rischi si va incontro se si abusa di cibo, soprattutto di quello spazzatura, il junk food, come merendine, dolciumi, snack super calorici con scarso valore nutritivo”. Ecco alcune regole d’oro a tavola: “Ridurre le quantità delle porzioni, mangiare lentamente, fare sempre colazione, consumare durante la giornata almeno cinque porzioni di frutta di stagione e verdura cruda o cotta, meglio prima del pasto, aumentare il consumo di legumi, utilizzare pasta e pane integrali e privilegiare le carni bianche”. E poi non dimenticarsi di fare attività fisica con regolarità. “Basta andare a scuola o in ufficio a piedi, fare le scale anziché prendere l’ascensore, camminare mezz’oretta al giorno. Queste abitudini possono cambiare in meglio la nostra qualità di vita”.