Ceci n’est pas un talent show. C’era qualcosa di magrittiano, nella prima puntata dei live di The Voice of Italy andata in onda mercoledì sera. Trattavasi, sulla carta, di show televisivo. Peccato, però, che lo show latitava e di televisivo c’erano giusto la conduzione di Federico Russo e gli stacchi pubblicitari. Uno show senza show che conferma ancora una volta la debolezza del format e la qualità non certo eccelsa dei talenti in gara. La serata è stata così noiosa che persino la solitamente irrefrenabile Dolcenera è sembrata sottotono, mentre Raffaella Carrà e Max Pezzali sembrava quasi che non ci fossero.

È il solito problema di un programma che, superata la fase delle blind audition, smette di colpo di funzionare e si trasforma in una lunga e insostenibile via crucis di quasi quattro ore, roba che persino il Festival di Sanremo diventa uno show dai ritmi serrati e travolgenti. Sul fronte della gara, sempre ammesso che freghi minimamente a qualcuno, dei 16 concorrenti 12 torneranno sul palco la prossima settimana, mentre finisce qui l’avventura per Edith Brinca (team Dolcenera), Francesca Basaglia (team Pezzali), Foxy Ladies (team Carrà) e Giuliana Ferraz (team Emis Killa).

Proprio quest’ultima ha regalato l’unico piccolissimo sussulto di una serata dal tracciato piatto come quello di un cadavere: l’ex miss Lombardia ha cantato (malissimo e senza un minimo di trasporto) Shimbalaiê di Maria Gadù, provocando la giusta reazione di Dolcenera, che ha sottolineato come l’ambiziosa e devota ragazza abbia strumentalizzato troppo la sua fede e, in fondo, sia una delle tante “belle che non ballano”. Esibizione noiosa e mancanza di talento; risultato: tante care cose e arrivederci.

Eliminata anche Francesca Basaglia, che la settimana scorsa era stata incredibilmente preferita da Max Pezzali al bravissimo Claudio Cera. Misteri imperscrutabili che in confronto Adam Kadmon è un dilettante allo sbaraglio. Continuano la loro corsa verso la vittoria i talenti più gettonati come Joe Croci, Elya Zambolin, Alice Paba, Giorgia Alò e Charles Kablan. Bravi, per carità, ma dov’è il talento che dovrebbe far tremare il mondo e conquistarsi un posto al sole nel difficile mercato discografico italiano? Non c’è. Semplicemente non c’è. Ma non è una sorpresa, visto che la versione italiana di The Voice non ha mai partorito un nome di rilievo, o anche solo un dignitoso comprimario.

Ci hanno ripetuto, in questi anni, che The Voice non punta sulle polemiche o sulle personalità dei giudici, che non cerca la discussione a tutti i costi. Uno show televisivo che rinuncia allo show televisivo e dunque a se stesso. Bizzarro anzichenò, ma se almeno ci fosse un alto tasso di talento musicale, potremmo persino perdonare questa tv che non è tv. Musicalmente, a parte qualche flebile sporadico raggio di luce, è il vuoto cosmico e dunque scatta spontanea la domanda delle domande: cos’è The Voice of Italy? A cosa mira? Qual è il suo scopo? Ma soprattutto: perché dovremmo guardarlo? La situazione è così drammatica che ci vediamo costretti a rivalutare la pure urticante Dolcenera, che almeno ci mette un pizzico di spontanea follia ed è l’unica tra i coach ad esporsi senza calcoli o paure (memorabile la sua stroncatura pseudo-teologica della scialba Ferraz).