“Mi chiamo Paolo. Non sono stato folgorato sulla Via di Damasco, bensì sulla Via di Ginevra. Ci vado da trent’anni, in qualità di membro del board del Comitato Internazionale della Croce Rossa…”. Mi tende la mano e si presenta in maniera del tutto informale Paolo Bernasconi. Lo incontro a Milano alla prima edizione del Festival dei Diritti Umani di cui è deus ex machina, oltre che presidente di Reset Diritti Umani, l’associazione creata insieme a Giancarlo Bosetti, Piergaetano Marchetti, Francesco Micheli e Danilo De Biasio. Da oggi fino all’8 maggio alla Triennale, sotto l’egida di “Diritti sulla Terra per la metà del cielo”, l’agenda è fitta di incontri, dibattiti, proiezioni, mostre.

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“E’ la combinazione vincente: film commentati da persone abituate a parlare ai giovani. Le scuole, medie e professionali, sono il nostro obiettivo principale, così come lo sono stati nei festival già collaudati di Zurigo e di Lugano”, spiega Paolo Bernasconi, dal corposo curriculum. E’ principe del foro di Lugano, docente all’Università di Zurigo, alla Bocconi, all’Università di San Gallo, all’Università di Como. Bernasconi è stato consulente presso il comitato delle Nazioni Unite per la prevenzione del crimine e la giustizia penale del Consiglio d’Europa e della Commissione Europea. È membro di numerosi comitati consultivi federali per la revisione delle leggi federali svizzere, è stato Vicepresidente del Consiglio Consultivo permanente dell’Autorità federale contro il riciclaggio del denaro. Fa un mucchio di altre cose ma mi fermo qui.

Basta ai soprusi! – continua Bernasconi – Quali soprusi? In quali paesi? Anche a casa nostra, fra le mura domestiche. Le donne e i bambini sono le principali vittime. Ma non dobbiamo limitarci solo ai casi più eclatanti. Basta alzare lo sguardo per rendersi conto che la violazione dei diritti umani non avviene soltanto nei paesi terzomondisti, ma anche alle porte di casa nostra. In questi giorni promuoviamo anche il Forum. Perché si deve anche poter spiegare, fare capire. Partecipano gli specialisti delle ong che spiegano quali sono le iniziative possibili. Sono anche i registi e gli attori con la loro sensibilità a fornire le risposte. Parlano i nostri testimoni…”. Per la prima edizione la scelta del filo conduttore è caduta su un tema che rappresenta la sfida sia per il presente sia per il futuro: il non-diritto di essere donna. Dalle schiave sessuali, alle nigeriane trasformate in kamikaze, dalle ragazze mutilate geneticamente alle spose bambine, il festival punta sulla condizione femminile nel mondo. Si comincia con la proiezione di Lea, di Marco Tullio Giordana. Lea è il nome di battesimo della Garofalo, uccisa dalla ‘ndrangheta. A seguire il dibattito “Il coraggio delle donne che si ribellano alla mafia”.

Ancora proiezioni di film selezionati dall’Associazione Sole Luna – Un ponte tra le culture, in tutto ventidue documentari, alcuni in prima nazionale, incentrati sulle donne, i migranti, gli omosessuali, i diversamente abili, sul diritto alla pace e a un lavoro adeguato. All’incontro “Schiave di guerra” partecipa Nadia Murad, giovane yazeeda sfuggita alla schiavitù dell’Isis, con i sociologi Renzo Guolo dell’Università di Padova e Marina Calloni dell’Università di Milano Bicocca. Concluderà la rassegna l’attesissimo film La Sposa Bambina, anche il sottotitolo è un pugno nello stomaco: “Mi chiamo Nojoom, ho 10 anni e voglio il divorzio“. La regista Khadija Al Salami, originaria dello Yemen, per sottrarsi a un matrimonio forzato all’età di nove anni ingoiò una bottiglia di candeggina. Si salvò per miracolo. “Come faremo a sostenere le iniziative delle ong – conclude Bernasconi- se le prossime generazioni non sono preparate sugli abusi dei diritti?”