Chi sono i graffitari? “Per il 70 per cento hanno frequentato istituti artistici, il 30 per cento ha genitori separati e divorziati e il 22 per cento è figlio di stranieri”. Cosa distingue un artista di strada da un vandalo? “Uno chiede il permesso e l’altro quasi mai”. Questi sono solo alcuni dei passaggi dell’opuscolo “Facciamo bella la nostra città” redatto da Comune di Milano in collaborazione con l’azienda dei trasporti pubblici Atm destinato agli alunni delle scuole elementari e medie. E la polemica è servita. Come se non bastasse, il pamphlet è stato pubblicato pochi giorni dopo la morte del giovane writer Naryshev Svyatoslav, travolto da un treno alla stazione di Greco Pirelli. La pubblicazione ha sollevato un vespaio di prese di posizione soprattutto tra gli artisti di strada: tempi sbagliati, toni  discriminatori e uso poco corretto dei numeri sono le principali critiche mosse dai protagonisti del libercolo.

A sfogliare il manuale appare infatti chiaro che l’intento degli autori, il giornalista Stefano Di Battista e la biologa Fabiola Minoletti, è di tracciare, una volta per tutte, la differenza tra Street Art e Writing, tra arte e degrado, tra buoni e cattivi. “A fine 2015 – si legge nel testo – risultavano identificati dal Nucleo tutela decoro urbano della polizia 286 writer di cui 213 sono già stati sottoposti a indagine”. Fino a qui nessun problema, se non fosse che, dopo avere sciorinato qualche altro dato, il manuale riporta: “Su un campione di 200 persone fermate, il 45 per cento di esse lavora in settori di tipo creativo, il 70 per cento ha frequentato un istituto di questo genere, il 30 per cento ha genitori separati o divorziati, il 22 per cento è figlio di stranieri, il 4 per cento ha un fratello pure lui writer e il 2 per cento è di sesso femminile”.

Una distinzione che negli ambienti artistici (e non solo) non è proprio andata giù: Atomo (al secolo Davide Tinelli), writer storico a Milano e più volte impegnato in progetti come Energy Box, ha tuonato: “È una vera e propria criminalizzazione alla Lombroso. Non solo il graffitaro, il ragazzino che non ha più di 18 anni, viene indicato come diverso, deviante e criminale, ma vengono pure fatte supposizioni sulla sua vita privata. Significa forse che tutti i figli di divorziati devono essere messi sotto osservazione? Vengono in mente le anziane di Andrea Pazienza che nelle sue vignette osservavano ‘ha i capelli lunghi, è un terrorista!'”.

“Realtà reale e documentabile”, si difende la co-autrice Fabiola Minoletti. Che aggiunge: “Tante volte a parlare genericamente si sortisce un minore effetto, mentre con un’analisi descrittiva e quasi scientifica (di dati che, per giunta, sono stati raccolti dal nucleo antigraffiti della Polizia locale) l’informazione che viene divulgata è del tutto incontestabile”. Ma è la stessa Minoletti a riconoscere i limiti di questo scritto: “E’ la prima volte in Italia che viene fatta un’analisi di questo tipo: forse è ancora allo stato “larvale”, di sicuro può essere approfondita e allargata nel tempo, per arrivare a parlare di una casistica più ampia e un target non più solo legato al panorama milanese”.

Non mancano gli esempi positivi: uno su tutti è il caso di Banksy che negli anni è diventato una star a livello mondiale: “Peccato – risponde Atomo – che Banksy lavora da sempre nella più totale illegalità: basti pensare che una delle sue ultime opere, una versione contemporanea di Cosette de “I Miserabili”, è stata realizzata di notte e subito coperta perchè dipinta senza permesso sull’ambasciata francese in Regno Unito”.

Ma per Tinelli la soluzione c’è: “Non si può affidare un progetto sui graffiti a chi non li fa. Un prodotto di vera educazione civica, con divulgazione scolastica, ha bisogno di psicologi, sociologi e “addetti ai lavori” per potere essere stilata. Il percorso verso la legalità è un modo per agevolare il processo artistico, non bisogna reprimerecriminalizzare dei ragazzi”.