Ventotto album, più di quarant’anni di parole e note, un grande spettacolo in preparazione per l’inizio di giugno all’Arena di Verona, la stessa città in cui entrando su un palco buio molto tempo fa inciampò fratturandosi tre malleoli: “Gli amici veneti erano preoccupati: ‘Renatì, nun ce venì più qui, ti raggiungiamo noi’. E io: ‘Neanche per sogno, una promessa è una promessa’”. Verona quindi. E Renato Zero nel giardino della sua casa romana. I cani ai piedi e fuori dalla porta i rumori lontani del traffico che si confondono con la sua voce.

Il nuovo disco si intitola Alt!. Pare un album arrabbiato.
Non è arrabbiato, è proprio incazzato.

E con chi?
Con chi si fa scivolare addosso tutto senza reagire, con chi accetta supinamente ogni cosa e con chi ha delegato agli altri ogni secondo della propria vita: all’avvocato, al commercialista, al medico. Uno sportello per ogni esigenza.

Sarebbe un male?
Se perdi l’iniziativa, lentamente, non riuscirai a fare più niente da solo. Se poi sbagli sportello, so’ cazzi amari.

Renato Zero. Sollecitatore per autodefinizione.
Lo sono stato e cerco di esserlo ancora perché in giro avverto apatia e vedo tanta gente che, per sfuggire dal terrore di tempi così incerti, ricorre alla farmacologia. Respiri panico e depressione. La gente non si sente in pace neanche al cesso. Infatti i lettini degli psicanalisti sono tutti pieni.

Lei in analisi è mai andato?
Mai. Me ne sono occupato in una canzone. Con gli psicanalisti e con i loro portafogli non sono stato tenero.

Il mondo 2016 le fa paura?
Non c’è da star tanto tranquilli. C’è molta agitazione. Russia, Usa, Siria, Africa. E questi signori della Corea del Nord sembrano un po’ nervosi.

Due dei brani più dirompenti dell’album sono dedicati alla politica: Nemici miei, cioè i politici, e Rivoluzione. Che rivoluzione vorrebbe?
Le più importanti della mia vita le ho fatte negli scantinati. Negli androni: entravo crisalide e uscivo farfalla.

Molto colorata.
Più colorita che colorata. Ma i colori, nella mia partitura, non spariscono mai. Neppure quando non sono felice.

Anche quando è triste?
Qualcuno sostiene che la tristezza sia grigia, ma io non credo. Se hai fantasia, puoi trasformarla in compagna di giochi, in ballerina, in fonte di ispirazione.
Sono tutti impegnati ad allontanare la malinconia come la peste, ma è un errore di prospettiva. Ci si dimentica cosa viene dopo.

E cosa viene dopo?
Dopo la tristezza c’è la felicità. Dopo la felicità invece in molti casi si apre il baratro.

E per la creatività? Meglio l’allegria?
Meglio la sofferenza. Se non hai un po’ di sofferenza non scrivi nulla di buono. Quando ero contento non sempre ho prodotto cose importanti.

La rivoluzione di ieri era negli androni. Quella di oggi?
Per fare una rivoluzione bastano pochi ingredienti. Una sveglia, una matita, anzi una penna così quel che scrivi non si cancella, un megafono. E poi l’androne di oggi: la piazza.

Oggi in piazza non va quasi più nessuno.
Finiremo per tornarci, io ci spero. Il pensiero libero si amplifica lentamente. Ci mette più tempo, ma poi si impone.

A Roma i candidati a sindaco si fatica a contarli.
Quanti milioni di persone vivono a Roma? Più di 4? In proporzione sono pure pochi.

Sarebbero? Lei non vota?
Se mi presentate uno di cui fidarmi, perbene e di ottima famiglia, magari lo voto pure.

Bertolaso spara: “Roma ha 4 mila topi per abitante”.
Se conta anche i miei sorcini, magari ci azzecca.

La politica di oggi?
Impunità, transumanza, trasformismo. Una cosa mestissima. Cambi continui di ruolo e di sceneggiatura. E meno male che il travestito ero io…

Nella nostra ultima intervista, lei disse che era meglio Renzi di Bersani perché quest’ultimo “ha sbagliato le creme” e pareva più vecchio della sua età. Ora è insoddisfatto anche sotto Renzi: che cos’hanno sbagliato, i “nuovi” politici?
Non le creme, ma solo perché ancora non le usano. Diciamo che non somigliano neanche lontanamente ai vecchi comunisti che venivano a casa mia, ma neanche ai liberali alla Malagodi e alla Bozzi, che sembravano nati con la vocazione della politica. Fanno i politici come qualunque altro mestiere, infatti passano da una carriera all’altra senza rendersi conto che, ogni volta che votano in Parlamento, possono rovinare la vita a 60 milioni di italiani. E senza troppo pensare a come migliorarla.

Attori, cantanti, registi, scrittori. Ieri tutti contro Berlusconi. Oggi tutti o quasi a favore di Renzi. È solo conformismo?
Chi fa il nostro lavoro non ha interesse a scontentare nessuno. Il ‘tengo famiglia’ è un problema serio.

Lei come ha ovviato?
Con una botta di matto. Praticamente mi gestisco da solo, mi produco e mi distribuisco i miei dischi da me. È un rischio calcolato comunque.

Perché?
Perché, per leccare certi potenti, ci vuole una lingua di due metri e mezzo. Molto porosa. E io non l’ho mai avuta.

Nel disco se la prende anche con i sindacati.
Oggi molti sindacalisti diventano onorevoli e per me è una cosa inconcepibile. Io i veri onorevoli li vedevo in casa mia. Mio zio è Mario Tronti, un comunista vero, cioè critico. Andò in Russia sebbene zia Antonia – che aveva un banco ai mercati generali e sotto al banco teneva pure le sue sacrosante preoccupazioni – avesse provato a fermarlo: ‘Se ti prendono, con quel che scrivi, finisci dritto in Siberia’. Zio Mario tornò sano e salvo. Con le medaglie e gli allori. Ma sempre critico, mai allineato. Il marchio di famiglia.

Questo per dire?
Anche l’attore più consumato prima o poi compie un errore che lo smaschera: solo se non reciti, non fingi e sei vero, hai qualche possibilità di restare dalla parte buona della storia e di riuscire nel miracolo di scrivere la tua in autonomia.

Lei, da bambino, che voleva fare da grande?
Io non volevo proprio diventare grande. Nella primissima infanzia ho vissuto con gli anziani. Vedevo queste teste bianche, l’andamento greve, la fatica dei gesti. E mi dicevo: ‘Se emanciparsi significa diventare così, meglio non crescere e rimanere bambini’. Un po’ bambino sono rimasto. Mi agito, mi diverto come un matto, mi pago i miei giochi, il mio tempo, le mie libertà.

È stato difficile emergere?
Non volevo diventare papa o ministro dell’Interno. Sono passato attraverso il setaccio. C’è stata ostilità nei miei confronti, come sempre quando ti consigliano di essere in un modo e tu fai l’opposto.

Se avesse 20 anni oggi, le sarebbe più facile emergere?
Nasci con una testa, trovi il modo di essere sostenuto dal tuo pubblico e fai un pezzo di strada con chi ti capisce. Io ho avuto la possibilità di farmi riconoscere. Oggi, se rinasce Einstein, chi se ne accorge?

Le sue parentele musicali.
Mi piacciono tante cose e sento di avere tanti parenti, anche tra artisti di livello superiore come Dylan, Cohen e Guccini. E ho detto artisti non a caso, perché ci sono gli artisti (pochi) e i professionisti (troppi). Gli artisti non pensano al giorno dopo, ma guardano lontano. E restano. Edith Piaf non ha niente a che fare con Lady Gaga. La Piaf sarà ricordata anche tra 50 anni. Non puoi essere artista se non hai rispetto per te stesso.

Molti ragazzi oggi provano ad affermarsi nei talent.
Sul tema ho scritto una canzone, In questo misero show. Se non ti fai prima le ossa in conservatorio o suonando in una cantina con le cassette vuote delle uova sopra la testa per attutire i rumori in modo che i vicini non chiamino il 113, se non fai la gavetta, il successo è effimero. Non dura.

Per essere artisti bisogna essere un po’ puttane?
Le vere puttane le trovate nella corte dei miracoli. Nei parassiti. Nel sottobosco che si propone di dare una mano all’artista e intanto lo sfrutta intossicandolo. Gente che non mi è mai piaciuta.

Chi sono gli artisti nel suo Pantheon?
Mina, Tenco, Celentano, Nini Rosso, Renato Carosone, Sergio Bruni, Ennio Morricone, Mia Martini che artisticamente ho amato molto e con la quale, pur senza vocazione spirituale, ai tempi della fame ho diviso tanti digiuni. Eucaristici e molto forzati.

Cos’è la musica?
Un’arte che non sposta le cose e non fa accadere cambiamenti radicali, ma quando è sviluppata con coerenza, costanza e serietà, porta a prendere coscienza e a risolvere tanti problemi.

Chi la ascolta dice che nelle sue canzoni trova “il coraggio di non avere paura”.
Non sta a me dirlo e non mi sento di ammetterlo. Diciamo che il film della mia vita l’ho girato con la curiosità di mettere l’obiettivo dappertutto, provando a scavare nella verità e nella menzogna. Mi ha fatto molto bene e se, di riflesso ha aiutato qualcuno, non posso che esserne contento.

Quindici anni fa lei adottò suo figlio Roberto.
Aveva 27 anni. Oggi ne ha 42 e due bambine. Sono nonno. Il tempo passa. Io e Roberto ci siamo reciprocamente scelti.

Lei è stato il suo papà e la sua mamma?
No, solo il papà. La sua mamma è stata mia madre, che l’ha sempre trattato come un figlio, e viceversa: Robertino la portava a spasso in sidecar… Sapete perché ho vissuto bene? Perché ho avuto due grandi genitori. Papà, poliziotto e undicesimo figlio di una famiglia di contadini e pastori e mia madre, crocerossina che faceva i turni in ospedale per non far mancare niente ai suoi quattro figli. Quando mamma e papà sono morti io sono andato a cercarne altri.

E dove li ha trovati?
Nel fruttarolo, nella tintora, nella portiera Angelina che ho cantato in Amo. Ovunque ci fosse qualcuno pronto ad ascoltare. Ho 65 anni e mi sento ancora figlio: figli si rimane fino all’ultimo. Non se smette mai de esse figli. E, se non sei stato figlio, non potrai mai essere padre fino in fondo.

Cosa pensa delle adozioni da parte delle coppie gay?
Non ho mai negato a nessuno – e non inizierò certo alla mia età – il diritto di rendere la propria vita la più felice possibile. La differenza non la fa il sesso, ma la dolcezza. Ci può essere l’inferno in una coppia etero esattamente come in una coppia omosessuale. E alla solitudine di un orfanotrofio, per chi non ha nessuno, preferirò sempre l’affetto di due persone. Di qualunque sesso.

Non l’ha mai negata?
Basta ascoltare i miei dischi. I passaggi in cui sono testimone non tanto della trasgressione, ma della riconciliazione. Della possibilità di ascoltare tutti i punti di vista. Puoi sventolare ragioni e bandiere di una parte, ma devi rispettare il punto di vista altrui.

Non accade spesso.
Spesso ci sono posizioni così severe, sia da parte degli etero, sia da parte degli omosessuali, che ascoltarsi reciprocamente è quasi impossibile. È inammissibile che un etero se la prenda con un gay, come è inammissibile che se il gay non ottiene un gradimento universale, diventi intollerante e sordo alla sensibilità altrui. La mediazione è civile, ma il consenso lo è ancora di più. Inizia con C, ma non significa compromesso. È un modo elegante di affermare il proprio io senza turbare né offendere nessuno. Senza crociate. Prima di capirsi – ho sempre pensato – bisogna rispettarsi. E sapersi spiegare.

Si sente un moralista?
La morale è come un’impronta digitale. Ognuno ha la propria e non è mai uguale a un’altra. A volte la morale diventa moralismo e il moralismo è una malattia incurabile. Da quel punto di vista credo di essere se non immune, almeno completamente sano.

Qualcuno vorrebbe più militanza da parte sua.
Non ho mai militato in nessun partito e di certi argomenti non amo discutere pubblicamente. Non permetto a nessuno di sponsorizzare una causa a nome mio. Io sono sempre stato soltanto lo sponsor di me stesso. Ma della diversità, dell’ambiente, della pedofilia, dell’emarginazione ho sempre parlato e cantato quando pochi osavano.

Sui social network il suo discorso a Sanremo è stato molto criticato. Volevano una dichiarazione esplicita a favore delle unioni civili.
La critica è sempre legittima. La cattiveria gratuita meno. Non mi curo di chi non ci mette la faccia e insulta dietro la tastiera del computer. Ero molto emozionato a Sanremo, comunque.

Tremava.
Certo che tremavo. Lo rivendico. Era un’occasione importante e non mettevo piede al festival da 15 anni. Non mi fido di chi non trema prima di salire su un palco, specie dopo 3 anni di assenza. Vi racconto una cosa di qualche anno fa.

Racconti.
Eravamo in Versilia. Avremmo dovuto esibirci io e Riccardo Cocciante. Infuriava la tempesta. Ombrelloni come proiettili, macchine sollevate dalla furia del vento e finite sui balconi, l’apocalisse. Tra l’albergo e il luogo dell’esibizione, il palco di Bussoladomani, c’era poco meno di un chilometro. Il mio manager, terrorizzato, mi pregò di non muovermi.

E lei che fa?
Mi incammino. Cocciante, che arrivava da fuori e aveva visto i danni del tifone, dice: ‘Canta prima tu’. Siccome non ho mai creduto alla storiella che chi canta per secondo è favorito dal pubblico perché c’è sempre il tempo di far capire chi sia davvero il primo e chi il secondo, non faccio una piega. Salgo sul palco. E prima di cantare mi rivolgo all’Altissimo: ‘Signore, facce fa’ ‘sto spettacolo tranquilli’. Non so se esaudì la preghiera, di sicuro la tempesta terminò in un amen.

Altre volte andò peggio.
La situazione più dolorosa la vidi al Castello Sforzesco di Milano, dove tra l’altro feci i conti per la prima volta con certi ‘politici’ (prima ancora che mi chiudessero il tendone di Zerolandia e sabotassero Fonopoli). Avremmo dovuto suonare in 29 per una tappa del Festivalbar, ma per l’incredibile afflusso di spettatori che era stato consentito, venne chiusa la porta di ingresso. E le persone, molte più persone di quante la struttura potesse contenere e sostenere, si trovarono accalcate. Un ponte levatoio crollò. Io e Michele Mondella, il mio addetto stampa, eravamo in un bar e stavamo per raggiungere il luogo quando all’improvviso iniziammo a sentire le ambulanze. ‘Renato, rimani qui’, disse Michele.

E lei?
Saltai su un taxi e raggiunsi il Castello. Entrai da una feritoia, strisciai carponi sotto le gambe di chi scappava e non so come mi ritrovai sul palco. Presi il microfono: ‘State calmi, non muovetevi’ e iniziai a cantare. Se la gente si fosse fatta prendere dal panico, sarebbe stata una strage.

Quel giorno morì una sua fan, Tiziana Canesi.
I giornali, per non dare la colpa ai veri colpevoli, politici e amministratori milanesi che avevano consentito quell’overbooking per fare più cassa, titolarono in modo indegno: ‘Renato Zero canta, Tiziana Canesi muore’. Una cosa vergognosa. Un’alterazione totale della realtà. Porcherie che non ho mai sopportato.

C’è qualche suo disco che considera meno riuscito?
In Artide Antartide ci sono canzoni che amo, ma non fui mai davvero soddisfatto degli arrangiamenti. Invece sono affezionato a un paio di dischi che non hanno avuto l’esito che meritavano: Soggetti smarriti e Leoni si nasce.

Presentò Leoni si nasce allo zoo di Roma.
Vestito da leone, in gabbia.

E del circo, in questi anni, si è sempre sentito il domatore?
Chi lavora nel circo corre gli stessi rischi di chi si sbatte dietro a una scrivania. Senza astrarsi e senza divagare, si muore ogni giorno un po’.

da Il Fatto Quotidiano del 24 aprile 2016