Domenica siamo chiamati ad andare a votare, checché ne dica il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, per un referendum che ha scarso appeal sulla popolazione, in quanto molto tecnico. Vorrei qui evidenziare che, a mio modesto parere, delegare i cittadini su un tema così complesso è davvero pericoloso; lo è perché molte persone non hanno le conoscenze tecniche e le informazioni necessarie a dare una corretta valutazione della situazione e, di conseguenza, non sono realmente in grado di valutare la risposta da dare al quesito posto. Il referendum, per istituto, serve a rimettere in mano ai cittadini una decisione che la politica non è stata in grado di prendere con i canali tradizionali. Per questo, ritengo gravissimo che un Presidente del Consiglio dei ministri si arroghi il diritto di esortare a non andare a votare. Pericolosissimo! Già abbiamo percentuali di astensione elevatissime e quindi esortare al non voto, seppure per una tornata non elettorale, risulta comunque un bruttissimo segnale politico.

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Ciò detto, vorrei qui riassumere brevemente, anche grazie alle mie conoscenze nel settore energetico, alcuni punti importanti per spiegare i motivi per i quali ho scelto di andare a votare per il . Innanzitutto, facciamo un po’ di chiarezza: il referendum non bloccherà alcuna attività estrattiva, almeno non nell’immediato, sia che vinca il sì o il no o, peggio, cosa che temo di più, vinca l’astensionismo. Il 18 aprile e pure gli anni a seguire, le attività in essere continueranno a lavorare. Cosa cambia dunque? Il quesito è molto tecnico e chiede di abrogare una parte di un articolo di legge che, se mantenuto in vigore, permetterebbe alle compagnie estrattive di chiedere, vita natural durante del giacimento, la possibilità di procedere con le attività estrattive. Perché quindi votare sì e abrogare tale possibilità? Le ragioni sono diverse!

La prima motivazione riguarda gli aspetti di convenienza nel concedere una licenza estrattiva “vita natural durante”; è veramente incredibile e impensabile che lo Stato italiano, quindi parliamo di beni comuni, assegni una concessione estrattiva a tempo indeterminato ad una compagnia privata; non vi sono precedenti in merito di concessioni, che invece devono avere una chiara e definita scadenza temporale. Un esempio pratico, per rendere l’idea: se voi poneste in affitto un’abitazione, nel contratto di affitto inserite la scadenza temporale, tipo 4 anni + altri 4, ma non pensereste mai di scrivere: “…per la durata della vita dell’affittuario”! Questo per una forma di autotutela, perché se cose non funzionano, il contratto può non essere rinnovato. Invece, allo stato attuale, la concessione all’estrazione può diventare perpetua! E qui si aggancia la seconda motivazione che propongo.

Se il tempo non ha limiti, le compagnie hanno tutto l’interesse a tenere bassa la produzione di petrolio e gas, perché sotto certi limiti non pagano le famose royalties allo Stato. Infatti, potendo diluire in un tempo illimitato lo sfruttamento della concessione, possono permettersi di estrarre petrolio o gas in misura bassa, evitando così tali prelievi statali. Invece, con la vittoria del , le concessioni scadrebbero in un tempo definito, le compagnie sarebbero costrette ad estrarre i prodotti in tempi più brevi, alzando le produzioni e facendo così incamerare allo Stato introiti da utilizzare per i beni comuni.

Il terzo motivo per cui vale la pena di votare , riguarda l’occupazione. Non è assolutamente vero che si perderanno posti di lavoro, poiché in caso di vittoria del , le compagnie estrattive potranno continuare a lavorare per molti anni, poiché le concessioni scadranno tra il 2017 e il 2027; quindi ci sarebbe tutto il tempo per progettare una conversione industriale delle maestranze coinvolte. Pensando al lavoro, proviamo ad analizzare anche cosa potrebbe succedere in caso di incidente su una delle piattaforme! Sversamenti di gas o petrolio nei nostri mari, determinerebbero un disastro per l’industria del turismo, che rappresenta un capitolo occupazionale molto più rilevante dell’industria  estrattiva off shore. In quanto, poi, agli incidenti, vi sono sostenitori del no che asseriscono che non ce non sono stati. Questa è una vera falsità! Sono circa 1300 gli incidenti occorsi alle piattaforme italiane, certamente non tutti gravissimi, ma tutti determinanti dal punto di vista dell’impatto ambientale.

Infine, e non è poco, il referendum ha un chiaro ed inequivocabile connotato politico. Non possiamo andare a firmare protocolli internazionali per ridurre le fonti fossili (COP21 di Parigi) e poi permettere alle compagnie petrolifere e del gas, di sfruttarle per tempi biblici, o comunque all’infinito. È chiaro che porre dei limiti significa avviare veramente un approccio politico diverso e innovativo verso un’economia sostenibile reale. Inutile riempire pagine di giornali con dichiarazioni pro-rinnovabili, rilasciate da esponenti politici di molti schieramenti  di vario colore e, poi nella realtà, invece continuare a permettere l’eterno sfruttamento delle fonti fossili.

Un’ultima, ma non meno importante considerazione. Ciò che estraiamo dai siti off shore, in Italia, ha una scarsissima rilevanza percentuale (1% per il petrolio e 6,9% per il gas) sulle necessità. Quindi, quando si fermeranno le estrazioni, qualora vincesse il , tali percentuali potrebbero benissimo essere assorbite dalle fonti rinnovabili che, nel frattempo, potrebbero essere sviluppate ulteriormente; inoltre, una sana politica di ristrutturazioni edilizie e industriali, potrebbe mettere in campo quel famoso risparmio energetico che permetterebbe davvero la riduzione degli sprechi energetici, facendo così rientrare molto facilmente ciò che non verrebbe più estratto.

Per chi vuole approfondire, qui alcune slide: http://www.marcoianes.net/1/upload/referendum17aprile_marcoianes.pdf

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