A volte capita che un pezzo scritto da un collega rimanga nel cassetto, perché “scaduto” o perché non era concordato e la redazione ne aveva già pubblicati altri sullo stesso tema. Con te, Emiliano, è successo a ottobre. Nella frenesia delle giornate lavorative, te lo comunicai e tu dicesti “secondo me funziona comunque”, ma senza opporti alla decisione. Ci siamo sentiti altre volte dopo quell’occasione e abbiamo pubblicato altri tuoi pezzi su FqMagazine. Però questa mattina, alla notizia della tua morte, mi è tornato in mente quell’episodio. Ho letto il pezzo. Era bellissimo. Eccolo, Emiliano. E grazie di tutto. (Claudia)

Quando Bob Woodward, l’uomo del Watergate, quello che riuscì a far dimettere il presidente Nixon, si mette sulle tracce di John Belushi non sa, come dirà anni dopo, che “andrà a scavare in una vita molto più grande della sua”, nei corridoi di una mente folle e geniale, anarchica, impudente, sensibile e crudele, soprattutto con se stesso. Sono i trentatré anni di una star che ha aperto un sipario e non è riuscito a chiuderlo, neanche dopo la sua morte. La vedova, Judy,  più di una volta lo ha fatto spostare nel cimitero di Abel’s Hill a Martha’s Vineyard, in Massachusetts, perché ogni giorno accanto alla lapide trovavano tonnellate di bottiglie di birra e whiskey. Era, ed è rimasto, il piccolo cimitero sulla penisola che fu dei Kennedy, l’ultimo passaggio della disperazione. E sono passati 37 anni dalla morte di Belushi e 35 dall’uscita nelle sale di Blues Brothers, il film che come Belushi cannibalizzò tutti i record, negativi e positivi.

Belushi fu trovato senza vita allo Chateau Marmont Hotel di Hollywood, in California. L’ultima persona che lo vede vivo è un altro genio, Robin Williams, al quale Belushi regala della droga. Poche ore dopo muore, e le circostanze non sono mai chiarite. Neanche Woodward, premio Pulitzer, riesce a fornire una spiegazione logica. E non esiste neanche una spiegazione al successo – postumo – di un film che aveva grandissimi spunti, ma che non entusiasmò da subito. I critici lo accolsero male, malissimo: il Los Angeles Times lo definì un disastro da 30 milioni di dollari (la cifra costata alla produzione ndr), per il New York Times una saga presuntuosa, e il Washington Post parlò di una scelta imbecille quella di coprire gli occhi dei protogonisti con occhiali da sole. In realtà Belushi, che era al culmine della dipendenza da eroina, cocaina e farmaci, non avrebbe potuto mostrarsi fatto com’era. Fu una scelta obbligata. E il successo del film: gli occhiali, i vestiti da impresari delle pompe funebri e la Bluesmobile, l’auto in fuga, furono il segreto di un film che in totale ha incassato 147 milioni di dollari e che è rimasto nella storia della cinematografia hollywoodiana.

La Bluesmobile. L’auto, come racconta Elwood, interpretato da Dan Aykroyd, a Joliet Jack (Belushi), ha motore truccato, telaio rinforzato, vetri antiproiettili, era stata acquistata davvero a un’asta della polizia, come racconta la trama. Diverse aste, perché ne servirono 13 per completare il film. 13 Dodge Monaco, motore da otto cilindri, 7.200 di cilindrata e 375 cavalli. Dodge, divisione della Chrysler, oggi ex Fiat, che venne messa in commercio nel 1965 e per competere con la Pontiac Grand Prix. Prima della crisi petrolifera il modello fu tra i più venduti e diventò, soprattutto nella West Coast, l’auto più usata dalla polizia. Grazie alle prestazioni eccezionali. Nel film la Bluesmobile vola più di una volta, ma gli inseguimenti furono girati tutti ai 200 km orari, senza nessun montaggio. Per questo gli stuntmen, alla fine, ne utilizzarono 13. L’ultima è in possesso, ancora oggi, del cognato di Aykroyd: era l’ultima auto di riserva. Il valore? Inestimabile, finisse all’asta.

I fratelli Blues. L’idea del film è di Dan Aykroyd, che è anche sceneggiatore insieme a John Landis, il regista. La coppia nasce in realtà molto prima, nel 1976, quando, dopo un’esibizione in tv, Steve Martin chiede ai due amici di aprire i suoi spettacoli. Avrebbero dovuto cantare i pezzi del grande blues e soul. Iniziavano i concerti con “Hey bartender” di Floyd Dixon. L’Atlantic Records fece loro un contratto e alla fine del 1978 pubblicò il disco dal vivo “Briefcase full of blues”: che arrivò al numero uno delle classifiche americane e ottenne due dischi di platino. Il progetto del film venne presentato da Aykroyd e Belushi alla Universal Pictures che lo affidò a John Landis, il regista di Animal House: Belushi ricevette 500 mila dollari, Aykroyd 250 mila. Universal fissò che il film fosse chiuso in sei mesi per un costo di 12 milioni di dollari che poi portò a 17,5 e successivamente a 30. Con un anno di ritardo: arrivò nelle sale il 30 giugno del 1980.

Il cast. Aykroyd all’epoca era fidanzato con Carrie Fisher, spinse perché l’attrice nel film interpretasse la fidanzata abbandonata da Belushi all’altare, e che poco dopo tornò insieme al suo precedente compagno, il cantautore Paul Simon. E ottenne la parte. Vennero coinvolti nel film tutti i musicisti della band, salvo eccezione di Paul Shaffer, il pianista, poi spalla per 30 anni di David Letterman: Shaffer non credeva al progetto e abbandonò. Vennero coinvolti invece James Brown, il bluesman Cab Calloway, Ray Charles e Aretha Franklin per recitare nelle scene di supporto dei loro numeri musicali. John Lee Hooker, uno dei più grandi musicisti blues di sempre, invece, interpreta Boom Boom. Twiggy, la modella, fa una piccola parte al distributore di benzina, altri camei sono invece riservati a Steven Spielberg (è il funzionario delle tasse), Frank Oz, lo stesso Landis. 

La trama che non c’era. Quando arrivano a Chicago, il regista e i due attori, non hanno idea su cosa dovrà diventare il film. Non è un film d’azione, ma verranno rottamate auto a ripetizione, non è una commedia né un film musicale. E’ la storia di due fratelli, ricercati dalla polizia, uno appena uscito dal carcere, l’altro in libertà vigilata. E dalle prime sequenze, latitanti. Le trovate arrivano così, durante la recitazione. E’ improvvisata “siamo in missione per conto di Dio”, battuta memorabile. E non era in nessun copione neppure “io li odio i nazisti dell’Illinois”. Il film cresce, i tempi di lavorazione si allungano, i costi lievitano, ma gli ispettori della Universal sul set ottengono poco. Belushi spesso non si trova. E’ tornato dalle sue parti, nell’Illinois, e farsi portare droga gli è molto più semplice. La notte gira per locali, il giorno dorme. E al momento del ciak sparisce. Una volta che il regista entra nella sua roulotte e lo trova ancora gonfio di cocaina finisce a pugni. Landis è sul punto di mollare o di chiedere una controfigura, ma il film senza Belushi non esisterebbe. Vanno avanti così. Almeno fino a quando la produzione non obbliga Belushi ad affidarsi a una guardia del corpo che gli avrebbe impedito di acquistare droghe. Lo aveva già fatto in passato, a New York, questa volta viene affidato a un uomo che già in passato si era occupato del chitarrista degli Eagles. Alla fine il film viene completato.

Le scene celebri e i luoghi. Le riprese all’interno della sauna, dove Belushi, Aykroyd e la band vanno a chiedere l’ingaggio al produttore è in realtà un bagno turco e russo ancora aperto, nell’East Village di Manhattan. E’ la sauna che Belushi, ma anche altre star newyorkesi, frequentano abitualmente, considerata uno dei luoghi storici di Manhattan. Quando invece i “fratellini” arrivano a Chicago, la scena sotto al ponte dove la Bluesmobile segna 120 miglia orarie (190 km all’ora) è guidata realmente da Aykroyd e l’auto segna la velocità reale. Prima del concerto alla sala grande del Palace Hotel – girata allo Hollywood Palladium – Belushi si fece prestare uno skateboard da un ragazzino per strada, cadde e si acciaccò un ginocchio. Lew Wasseman fece rientrare il miglior ortopedico di Los Angeles dal weekend del Ringraziamento, e Belushi fu rimesso in piedi in un attimo. La scena di John Lee Hooker è girata in una strada di Chicago, ma nessuno aveva riconosciuto il grande bluesman.

I record battuti e le curiosità. Fino al 1980 non erano mai state distrutte tante auto (103) quante nel film Blues Brothers, record battuto dal sequel uscito nel 2000 (104). E’ ancora sul Guinness dei primati il record di incidenti stradali in una sola scena. Nella scena dell’inseguimento finale una La Ford Pinto verde, l’automobile guidata dai “nazisti dell’Illinois”, venne fatta precipitare da un elicottero da un’altezza di oltre un miglio, record che resta ineguagliato. La produzione dovette chiedere un’autorizzazione alle autorità aeronautiche. Anche se alla Bluesmobile fu permesso di essere guidata fino all’ingresso del Daley Center, le vetrate dell’edificio furono temporaneamente sostituite da vetri speciali. L’elevata velocità della vettura danneggiò 35 ciottoli di granito della pavimentazione stradale e una presa d’aria di bronzo del palazzo causando 7.650 dollari di danni. Tra le curiosità, nel film Elwood si toglie il cappello solo tre volte, John Belushi abbassa gli occhiali solo una volta. Nel 2010, il direttore dell’Osservatore RomanoGian Maria Vian sdoganò la pellicola: “Film memorabile, stando ai fatti, cattolico”.