Lo scrittore Andrea Camilleri sfoglia il suo atlante delle persone. Il viaggio con l’autore siciliano è lieve, fatto di ricordi “le città vanno viste con gli occhi degli altri” confida inanellando aneddoti che si rincorrono veloci nell’eloquio dello scrittore ironico sempre, soprattutto con se stesso. “Cammino lento per scelta – afferma – un segreto per prolungare il vostro applauso. Un po’ come riuscire a riempire questa grande sala; basta comprare e regalare biglietti. In effetti questa serata mi è costata tanto”. Il palco è quello dell’Auditorium del Parco della musica, l’occasione è la VII rassegna di “Libri come” curata da Marino Sinibaldi. La leggerezza del racconto verbale ha poco a che fare con i 90 anni dello scrittore che alterna il suo spartito di emozioni iniziando il suo viaggio dalla capitale alla quale si sente legato tanto da sentirsi come a casa: il Cairo. Prima però afferma: “Il popolo egiziano è ben diverso da quei luridi assassini che hanno ucciso il nostro ricercatore Regeni”. Prosegue raccontando di quando molti anni fa volle incontrare gli esponenti dell’allora nascente partito dei “Fratelli musulmani” che non rappresentava e neppure esprimeva nessun tipo di fondamentalismo e fanatismo rispetto alle violenze di oggi.

“Ero al Cairo per una serie di lezioni nella scuola della capitale che avevo conosciuto e vissuto per sei giorni rendendomi conto di quanto fosse un luogo povero, la città forse più povera che abbia mai visitato ma dove le persone sono così assuefatte da non sentirsi più neppure poveri – spiega -. Al termine della mia settimana chiesi di poter incontrare qualcuno dei capi della realtà politica di cui ancora si sapeva poco. L’autista che guidava l’auto mi portò in una zona che sulla cartina era delimitata dal colore rosso del pericolo. La macchina percorse una strada larga poco meno di due metri poi ad un tratto l’uomo mi fece cenno di scendere. Decisi di sedermi ed attendere anche se stava calando il buio. Arrivò un uomo che mi slacciò le scarpe riportandomele poco dopo pulitissime e lucide. Poi apparve un altro uomo che mi indicò la direzione da seguire”.

Camilleri descrive con dovizia di particolari il cortile interno di un edificio; di fronte a lui tappeti che coprono tre sedie. “Arrivarono tre uomini, anziani. Ci salutammo inchinandoci reciprocamente. Uno di loro mi chiese: perché hai voluto incontrarci? Perché ho sentito parlare di voi – replicai -. Ma tu sei cattolico? Sì, risposi. E vuoi sapere il pensiero di noi musulmani? Sì, confermai. Questo ti rende onore e ti fa nostro amico. Parlammo per diverse ore, ma quelle – ripete – erano persone ben diverse da quanti hanno ammazzato il nostro concittadino“.

Il viaggio con Camilleri è un album: scatti immortalati da una macchina fotografica come quella utilizzata dallo scrittore-padre del commissario Maigret. “Simenon girava per la città fotografandola poi quando scriveva un racconto partiva proprio dalla minuziosa descrizione di quel posto riprodotto nell’immagine che si teneva davanti. Quindi – prosegue – per me Parigi è stata una delusione perché era esattamente come quella che avevo letto nei suoi libri”. L’autore, secondo Camilleri, deve invece mettere degli “stracaggiamenti” (cambiamenti) come fece ad esempio Pirandello nel suo “Vecchi e giovani” nel quale addirittura “descrive due case l’una di fronte all’altra ma che nella realtà di Girgenti non lo sono semplicemente perché tra l’una e l’altra, fisicamente, c’è di mezzo una collina”. Il romanzo quindi per Andrea Camilleri deve essere “personalizzazione narrativa di una città”.

Una dichiarazione che naturalmente solletica la curiosità sull’origine della sua ormai nota Vigata che di fatto, rivela l’autore, è semplicemente il cortile del liceo Empedocle di Agrigento. “Essendo l’unico liceo, tutte le corriere vi arrivavano insieme alle notizie che si scambiavano tutti gli studenti che giungevano dai paesi della provincia”. La forma stessa di Vigata è la trinacria, prosegue ammettendo che i suoi personaggi stanno bene in quella piazza e in pochi ristretti altri luoghi perché in questo modo “riesco a controllarli meglio e poi quello che conta sono le persone non i palazzi. Anche perché sarebbe difficile immaginarsi un dialogo tra edifici”.

Piccoli, grandi o metropolitani i luoghi urbani sono il canovaccio di tante storie della letteratura in cui si snodano le vite delle persone, unico e vero interesse di Camilleri. “Ho sempre viaggiato per lavoro ma ciò che mi interessa è l’incontro con le persone. Amo sentire il loro odore, il rumore delle loro scarpe. I luoghi si conoscono attraverso le persone”. Lo scrittore siciliano sfoglia l’immaginario atlante catapultando il pubblico a Dublino “un pezzo di Napoli in Irlanda”, Vienna “ebbi un malore per strada e l’unico che mi venne in aiuto era uno straniero che sulla testa portava un’enorme cassetta” e il viaggio tra le città ci riporta a Roma dove Camilleri è arrivato nel 1949.

Era una città davvero aperta e magica. La conobbi grazie all’amicizia con il pittore Mario Mafai e mi piaceva girarla la notte. Oggi è sporca e i romani sempre più irascibili. Se penso a quel disgraziato o disgraziata che diventerà sindaco di Roma, ritengo sia la cosa più difficile al mondo: non solo deve essere un manager che sa come far funzionare tutto, ma deve anche sapere di cultura per evitare quello che è successo quando venne in visita Charlie Chaplin per la prima volta. Davanti alla bellezza della piazza del Campidoglio chiese, ma chi l’ha fatta? Il sindaco Rebecchini, non sapendo rispondere affermò: un po’ tutti noi”.

e.reguitti@ilfattoquotidiano.it