Come arginare il jihadismo che, da tempo, sta estendendo le sue radici nel nostro continente? Non con il “politicamente corretto“, ma grazie alla statualità europea, che si affermò proprio per decretare la fine delle guerre di religione del XVI e XVII secolo. E’ il tratturo seguito dal volume “Il Codice dell’Apocalisse-Perché l’Islamismo ci fa la guerra” (Koinè Nuove Edizioni) di Aldo Di Lello, in cui il giornalista e studioso dei conflitti dell’era globale, tesse la tela del passato con il filo e l’ago dei vari meccanismi ideologici di questa irruzione di Medio Evo in pieno XXI secolo.

Non solo il senso intimo del concetto di Apocalisse, ma fatti concreti che racchiudono il quid di questo grande fenomeno, come l’avvento dei Fratelli Musulmani in Egitto, i moti rivoluzionari di Khomeini in Iran, il terrorismo globale di Al Qaeda e di Osama Bin Laden, finendo alla recentissima guerra del Califfato in Iraq e in Siria. Secondo Di Lello, che usa le lenti del profetismo, è possibile risalire al perché il pericolosissimo focolaio alimentato dagli ideologi dell’islamismo radicale minaccia oggi non solo il Medio Oriente, che resta come dimostrano le cronache una immensa polveriera, ma anche l’Europa che di quelle scintille subisce conseguenze come gli attentati di Parigi e Bruxelles.

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L’autore certifica che, se da un lato nella sostanza morale dell’Europa da riconquistare ci sono anche e soprattutto i principi dell’inclusività, della libertà religiosa e dello scambio interculturale, dall’altro il politically correct compie “un clamoroso e pericoloso fraintendimento” quando svaluta le radici culturali del nostro continente e sparge rovinosi sensi di colpa per la sua storia.

Punto di partenza l’Apocalisse. Scrive che nel giorno della sua acclamazione a “Califfo” da parte dei miliziani dell’Isis, Abu Bakr Al Baghdadi ha invitato i musulmani sunniti ad accorrere all’autoproclamato Stato islamico annunciando che “insistendo su questa via, conquisteremo Roma e ci impadroniremo del mondo, se Allah vuole”. Il riferimento, come osservato dal giornalista canadese e docente a Yale, Graeme Wood, è alla stragrande maggioranza delle decisioni dell’Isis direttamente proporzionali alla metodologia profetica. Quindi voler riportare l’Islam alla “purezza” delle origini come da prescrizione dell’insegnamento salafita. Un passaggio che sterza però nella direzione della “purificazione del mondo” attraverso il terrorismo, dallo stesso Al Baghdadi esplicitamente “nobilitato” nel suo sermone di “investitura”.

L’Isis, dice Wood, crede che le “scritture di Dio gli affidino un ruolo centrale”. Ecco che Di Lello pianta con ricchezza di particolari e contingenze, una serie di paletti utili a capire come si è giunti allo status quo: la genesi dell’Islam tra moderati ed estremisti, l’impulso della figura di Sayyd Qutb il profeta dell’integralismo, passando per il Nordafrica in fiamme e la terra del Mahdi. Il tutto per giungere ai severi errori commessi dall’Occidente, compresa la sciagurata scelta di appoggiare le “primavere arabe” del 2010-2011 che non ha prodotto risultati per quelle stesse terre che chiedevano un cambio di passo.

Altro atto di accusa rivolto dall’autore è nella lacuna più grave, individuata in quella di tipo culturale: il mondo occidentale ha colposamente trascurato la devastante portata del messianismo che rinasce all’ombra del Corano. Per cui, è la diagnosi finale, l’ansia dell’Apocalisse si diffonde in migliaia di menti devastate dal fanatismo, perché “questa è una guerra: ci piaccia o no“.