Luiz Inácio ‘Lula’ da Silva è tornato (da ministro, anzi, da super-ministro) al governo del Brasile. O meglio: è tornata al governo la sua ombra triste, una chiassosa ma decrepita imitazione del super-presidente che, nel 2010, era uscito dal Palácio do Planalto avvolto nel manto sontuoso d’una approvazione superiore all’80 per cento. Lula era, cinque anni fa, passato per la porta d’uscita, il capo cinto d’alloro, come fosse un arco di trionfo. Oggi ripercorre in senso inverso quel cammino, claudicante e ferito, come il relitto di se stesso. O, se si preferisce, come un naufrago in cerca di salvezza.

lula 675

La storia è nota. Giorni fa, Lula era ufficialmente entrato – prima come testimone e, quindi, come imputato – nello scandalo del ‘Lava Jato’, una gigantesca storia di corruzione, tangenti e bustarelle che, nell’ultimo anno, ha investito come un tifone tropicale non solo l’intero sistema politico, ma anche i principali motori – dalla statale Petrobras alla privata Odebrecht – della macchina economica brasiliana. E ieri – mentre sempre più insistenti andavano facendosi le voci d’un suo possibile arresto – Dilma Rousseff, presidente in carica, ha annunciato la nomina del suo predecessore e mentore a ‘ministro da casa Civil’ (capo di gabinetto). Ovvero: ha regalato a Lula una poltrona che, sebbene non gli garantisca in senso stretto alcuna immunità (in quanto ministro, infatti, Lula dovrà ora esser giudicato del Supremo Tribunal Federal), blocca nell’immediato le indagini che lo andavano braccando. Per qualcuno s’è trattato d’un atto di ‘legittima difesa’ a fronte di quella che va a tutti gli effetti considerata (ed ai lettori italiani questo certo ricorderà qualcosa e qualcuno) una ‘congiura giudiziaria’ contro l’uomo che, sfidando antichi poteri oligarchici, ha negli ultimi dieci anni cambiato il volto del Brasile. Per altri si tratta invece d’un ‘colpo di Stato’ o, quantomeno, d’un grossolano tentativo di intralciare la giustizia. Più in concreto: d’un grossolano tentativo di sottrarre il caso al suo giudice naturale, quel Sergio Moro che per una grossa fetta di Brasile è oggi un eroe nazionale, e che di Lula e del PT è diventato una sorta d’implacabile nemesi. Una tesi – quest’ultima, dell’intralcio alla Giustizia – già peraltro fatta propria oggi da un giudice che ha bloccato (con conseguente ed immediato appello del governo) la nomina a ministro di Lula.

Chi ha ragione? E che cosa davvero significa, al di là dei suoi confini giudiziari, questo clamoroso ma scialbo ritorno (se ritorno sarà) di Lula, non solo nell’arena politica (mai abbandonata), ma al governo del paese?

Orientarsi in questo caos è tutt’altro che facile. Ma almeno qualche certezza può essere delineata. La prima: per quanto molto arduo sia separare con il coltello le ragioni dai torti, appare evidente che le inchieste giudiziarie in corso (e quelle concluse, visto che molti alti papaveri già sono stati condannati) hanno evidenziato la verità (stranota ed occulta al tempo stesso) d’un sistema di corruzione che ridicolo sarebbe, a questo punto, considerare solo la perversa trama d’una versione brasiliana (e ‘capovolta’) delle nostre ‘toghe rosse’ di craxiana e berlusconiana memoria. La seconda: di questo sistema – prima tollerato come indispensabile compromesso per mantenere una funzionale alleanza di governo e poi sposato ed alimentato – Lula ed il PT sono (al di là delle individuali responsabilità penali) indiscutibilmente parte integrante.

Non c’è modo di sfuggire a questa semplice verità. E molto difficile, stabilita questa verità, è credere che il ritorno al governo di Lula – tra l’altro in un dicastero che, per precedenti condanne, già è stato ribattezzato ‘o ministério da corrupção’ – possa in qualche modo fermare la deriva del governo di Dilma Rousseff, già al centro d’un processo di impeachment. In primo luogo perché, richiamando Lula, Dilma ha di fatto messo se stessa sotto tutela, impietosamente esponendo la propria intrinseca debolezza. E, in secondo luogo, perché ancor più difficile è credere che Lula – l’imputato Lula – ancora sia in grado di esibire il carisma e la capacità di negoziato capaci, da un lato, di ridare credibilità etica al governo e, dall’altro, di ricomporre il sistema di alleanze – lo stesso sistema di alleanze che, oltretutto, è anche la base del sistema di corruzione – che sempre più assomiglia a quel che resta d’un puzzle dopo che qualcuno ha rovesciato il tavolo.

Parlando di se stesso e della propria eredità politica, Lula ha spesso fatto riferimento a Getulio Vargas, l’uomo che – un po’ come dittatore, un po’ come presidente eletto – ha dominato la scena politica brasiliana tra il 1930 ed il 1954. Detto ‘o pai dos pobres’ (il padre dei poveri) per le sue leggi in difesa dei lavoratori e dei diseredati (dal salario minima alle otto ore), e, nel contempo, ‘a mãe dos ricos’ (la madre dei ricchi) per la sua capacità di tenere sotto controllo, a vantaggio delle classi dominanti, i movimenti sociali, anche Vargas ha, come Lula, profondamente cambiato (e non sempre in meglio) il Brasile. Ed anche Vargas ha – come potrebbe accadere a Lula – finito i suoi giorni soffocato da scandali di corruzione. Vargas scelse, per uscire dal labirinto, la via più diretta.

E, il 23 agosto del 1954, si suicidò con un colpo di pistola al cuore, nel Palazzo presidenziale. ‘Serenamente – scrisse nel suo ultimo messaggio – ho mosso il mio primo passo nell’eternità. Lascio la vita per entrare nella Storia…’. Lula ha, al contrario, scelto di restare combattendo (e combattendo da ministro in carica) nella Storia che ha scritto nell’ultimo decennio. Come un buon capitano – o, stando ai suoi nemici, come un ‘malato di potere’ che vuol,salvar la pelle  – ha scelto di rimanere, anzi, di tornare, sulla nave che affonda.

Vedremo se sarà il suo, ‘un primo passo verso l’eternità’, o verso l’abisso.