Il suo post, pubblicato su Facebook, ha fatto il giro del mondo, perché racconta di quelle morti che non sempre destano compassione. Le vittime sono le donne che viaggiano da sole, senza la compagnia di un uomo, e che se vengono aggredite, o uccise, come accaduto a Josè Marìa Coni e Marina Menegazzo, due turiste argentine appena ventenni assassinate a fine febbraio mentre visitavano insieme l’Ecuador, per qualcuno c’è una sorta di giustificazione. A scriverlo è stata Guadalupe Acosta, studentessa del Paraguay, che letta la storia di Maria e Marina, come tutti, sui giornali, navigando su internet è incappata anche sulle reazioni scatenate dal loro assassinio. Commenti, anzi critiche, del tipo “che vestiti avevano?”, “perché erano sole?”, o ancora “erano in una zona pericolosa, cosa potevano aspettarsi?”. Così, Guadalupe ha aperto la propria pagina Facebook, e per difendere il diritto delle donne a viaggiare libere, e sole, per il mondo, ha scritto il suo messaggio. “Ayer me mataron”, cioè “Ieri mi hanno uccisa. Non mi sono fatta toccare e con un bastone mi hanno spaccato il cranio. Mi hanno accoltellata, lasciando che morissi dissanguata. Mi hanno avvolta in un sacco nero, chiuso con del nastro adesivo, e poi mi hanno abbandonata sulla spiaggia, dove sono stata ritrovata dopo qualche ora”.

Ayer me mataron.Me negué a que me tocaran y con un palo me reventaron el cráneo. Me metieron una cuchillada y dejaron…

Pubblicato da Guadalupe Acosta su Martedì 1 marzo 2016

Un testo scritto in prima persona, come a restituire, un’ultima volta, la voce a Maria e Marina. E poi a tutte le donne che come loro desiderano, o hanno desiderato, visitare un paese, o una città, senza chiedere a un amico o al fidanzato di accompagnarle. E senza, per questo, dover essere pubblicamente criticate dal popolo della rete. Non solo contro le due turiste argentine, infatti, erano state scritte accuse pubblicate sul web: anche le famiglie delle due ragazze erano state biasimate per aver permesso a Maria e Marina di partire sole. “Calpestano i tuoi diritti – recita il post – e poi ti dicono che te lo sei meritata”. “Se al nostro posto – scrive infatti Guadalupe – ci fossero stati dei ragazzi, per loro sarebbero state spese solo parole di cordoglio. Ma siccome sono una donna sono stata condannata, perché non sono rimasta a casa”.

Il messaggio, tuttavia, non è rimasto solo uno sfogo pubblicato sul social network. Condiviso più di 1 milione di volte da web e mass media, infatti, il post di Guadalupe si è trasformato in poche ore in una campagna internazionale, che all’ashtag #Viajosola, cioè “viaggio sola”, è divenuta “una risposta all’umiliazione subita oltre la morte”, “per tutte quelle a cui hanno negato vita e sogni”. “Lottiamo insieme, io con voi, con il mio spirito – scrive la studentessa del Paraguay – e vi prometto che un giorno non ci saranno abbastanza sacchi per metterci tutte a tacere”.

Click dopo click, la campagna ha raccolto centinaia di migliaia di condivisioni in tutto il mondo, e anche le storie di altrettante donne che hanno scelto di condividere in rete la propria esperienza, “perché viaggiare sole, senza paura, senza subire aggressioni – scrive Alessia su Twitter – è un nostro diritto, e nessuno può togliercelo”. “Viaggio da sola perché… no. Non devo dare alcuna giustificazione solo perché sono una donna – è il post di Sarah – il biasimo nei confronti delle vittime deve finire. Adesso”. Non solo le donne, tuttavia, si sono appuntate al petto l’hashtag simbolo della campagna lanciata da Guadalupe: “Viaggiare è la vita, e nessuno dovrebbe impedire agli altri di farlo. Soprattutto alle donne. Diciamo no a queste discriminazioni”. “Meritiamo un mondo in cui possono andare e tornare senza correre il rischio di perdere la vita e poi essere umiliate da critiche degradanti”, scrive Danny, utente social. “Per Maria, Marina e per tutte noi. La libertà è libertà solo se nessuno ci biasima se subiamo un’ingiustizia”.