Le scope di Roberto Maroni – quelle che dovevano ripulire la Lega della Bossi Family, delle spese allegre del Trota, del leghista che pagava con soldi pubblici perfino il pranzo di nozze della figlia – hanno fallito. Lo sporco è rimasto dentro la casa del Carroccio, se è vero che Fabio Rizzi si faceva pagare la campagna elettorale dalla zarina della sanità, Maria Paola Canegrati, la “fatina dei denti” che invece di portare il soldino ai bambini nella notte, incassava il soldone (pubblico) e lo spartiva con gli amici della Lega. La riforma della sanità voluta da Maroni – che doveva far dimenticare le vacanze del Celeste Formigoni a spese dei faccendieri delle cliniche private – è naufragata, se è vero che il padre di quella riforma è Fabio Rizzi, il principale arrestato per l’ultimo, ennesimo scandalo della sanità lombarda. Ennesimo: questa è la parola più tremenda, perché suggerisce che non c’è fine alle ruberie, che la sanità pubblica in Lombardia appare irriformabile.

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Se ci voltiamo indietro, possiamo recitare per intero le litanie dei santi, allineando gli scandali che hanno coinvolto ospedali pubblici e cliniche private: Santa Rita, San Carlo, San Giuseppe, San Raffaele, San Pio X, San Donato, San Siro… Sono cambiati i partiti, a Dc e Psi sono subentrati dapprima Forza Italia e Cl, poi (proprio grazie a Rizzi) la Lega, ma l’appetito è lo stesso: imprenditori voraci, spesso simili a macchiette, sostenuti però da politici che li usano come bancomat, continuano a rubare soldi pubblici e dunque a togliere risorse alla sanità di tutti. I responsabili politici (come Maroni) non vedono e non sentono e, quando parlano, si dicono “incazzati”: veramente arrabbiati siamo noi, visto che li paghiamo per vedere, sentire e controllare. I controlli, invece, di norma non funzionano. Perché si accorgano che c’è qualcosa che non va, devono scattare le manette.

Solo ogni tanto qualche “controllore” rompe il muro dell’omertà e finisce, con il suo granellino di sabbia, con l’inceppare la macchina della corruzione. Questa volta è stata Giovanna Ceribelli, commercialista, membro del collegio sindacale dell’azienda ospedaliera di Vimercate, la prima a denunciare le “irregolarità” di una gara d’appalto risalente a tre anni prima che era andata a controllare. Segnatevi il suo nome: non ce ne sono tanti come lei. Speriamo che non le facciano fare la fine di un altro “controllore”: Giuseppe Santagati, avvocato. Nel 1996 era il dirigente di una delle più grandi Unità sanitarie locali di Milano e Lombardia, la Ussl 39.

Un bel giorno andò da lui, trafelata, la dottoressa Tiziana Zuliani: “A costo di autodenunciarmi, devo dirle che ho firmato una ricetta irregolare, ho fatto una prescrizione non legittima”. Santagati apre una inchiesta interna e scopre che erano tanti, tantissimi i medici redigevano ricette irregolari, prescrivendo esami sbagliati, inutili, inesistenti, non rimborsabili oppure mai eseguiti. Solo alla sua Ussl, e solo per prescrizioni non rimborsabili, era stato sottratto denaro pubblico per 1 miliardo e 400 milioni di lire. Porta i risultati della sua inchiesta alla Procura di Milano e dopo qualche mese esplode il più grande scandalo della sanità fino ad allora scoppiato: una frode che negli anni aveva sottratto alla Regione (cioè a noi) quasi 20 miliardi di lire. Regista: l’allora ras della sanità milanese Giuseppe Poggi Longostrevi, padrone di laboratori d’analisi e cliniche.

Dopo lo scandalo, la Regione Lombardia procede alla riforma della sanità: cambia il nome alle Ussl, che trasforma in Asl. Così hanno fatto anche Maroni e Rizzi, trasformando le Asl in Ats (Agenzie per la tutela della salute). E Santagati? Che fine ha fatto? Nessuno lo ringrazia. Anzi. La Regione lo esclude dall’elenco dei manager delle nuove Asl. Cacciato: chi ruba è premiato, chi denuncia i ladri è punito. In attesa del prossimo scandalo.

Il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2016