È diventato così popolare che l’intervista l’abbiamo fatta in un corridoio interno dell’Ariston: meglio non rischiare l’assalto dei fan. Appoggiato a uno stipite – non proprio a suo agio – Beppe Vessicchio è molto stupito del successo mediatico. Il tormentone della prima giornata è stato il “caso Vessicchio”, di cui Radio2 si è fatta portavoce con Pif, Andrea Delogu e Michele Astori. Su Twitter impazzava l’hashtag #uscitevessicchio: “Subito mi sono preoccupato: mi è venuto il dubbio di dover dirigere martedì”.

Maestro, come se la spiega questa popolarità?
È strano brillare per assenza in un momento in cui la regola è il presenzialismo. Forse è perché ho sempre avuto interesse solo per la musica, senza mai cedere ad altre sirene della televisione.

È stato molto corteggiato?
C’è stato un momento in cui, facendo l’opinionista in tv, si guadagnava bene: le offerte erano maggiori del cachet come direttore d’orchestra. Se si parlasse di musica in tv andrei volentieri.

Qualcuno pensa che il suo riserbo sia una tattica.
In generale m’imbarazzo. Nel 1990, la mia prima volta a Sanremo, sono entrato e mi sono messo al mio posto: come sa, dirigiamo dando le spalle al pubblico e stavo tranquillo. Poi hanno annunciato il mio nome: “Dirige l’orchestra…” Quando si è trattato di fare quella semplice mossa – girarsi verso il pubblico e chinare la testa – ha cominciato a battermi una vena sul collo che sembrava diventata enorme. Poi, misteriosamente, mi sono girato e tutto è tornato a posto.

C’è modo e modo di stare sul palco.
Da qualche anno dirigo un ensemble da camera, di undici elementi. Stare in piedi davanti a loro mi creava problemi, perché mi rendevo conto che mi avrebbero potuto vedere anche se mi fossi seduto: un’orchestra così non ha bisogno della centralità del podio. Un giorno ho preso una sedia e mi sono seduto in mezzo ai miei colleghi: io sono un musicista chiamato a coordinare l’esecuzione concordata durante le prove.

Com’è cambiato Sanremo in questi 26 anni?
Prima era il Festival dei discografici. La televisione sostanzialmente faceva le riprese di un evento che era pensato dalle case discografiche. Oggi è la televisione che produce lo spettacolo e quindi è la televisione che decide. Le case discografiche sono pagate dalla televisione, c’è una quota , se non sbaglio tra i 40 e i 50mila euro per i big. Dunque la tv compra la partecipazione. E decide le regole.

Meglio prima o adesso?
Difficile da dire. Il mercato discografico è in ginocchio, sappiamo come vanno le vendite degli album. La televisione è contenta di fare buoni ascolti. Ma chissà se è contenta di aver scovato un talento o di promozionare un bravo artista… Tutto questo passa in secondo piano. Dice Marshall McLuhan che la televisione ha un solo scopo: se stessa. Vuol dire che la musica è un’occasione per fare ascolto. E dunque la musica deve avere la pezzatura di 3 minuti e non importa se il brano ne risente o no. Certo, c’è il regolamento. Ma la musica bisognerebbe trattarla con cura. Il timore è che il selezionatore sa già cosa vuole cercare, in base alla sua idea di Festival.

Il risultato è una conclusione scontata?
Mi piacerebbe sapere che qualcuno è stato sorpreso, che mentre cercava una cosa ne ha trovata un’altra. Questo, nel mondo dei media in generale, non succede: tutti vogliono andare sul sicuro perché l’esito di un programma è determinante per poterne fare un altro. Non lo dico per Conti: qualunque selezionatore credo abbia fatto, da uomo di televisione, questo ragionamento.

Nessuna eccezione?
Pippo Baudo: era sensibile alla sua sorpresa. Elio e le Storie Tese all’Ariston per la prima volta li ha portati lui. Li conoscevamo in pochi e certo non erano un fenomeno televisivo. Tosca mi disse che aveva portato – in camerino a Domenica In – un suo brano, I tre fuochisti, molto teatrale e lontanissimo da Sanremo. Non aveva nemmeno la casa discografica. Baudo la scelse.

Il suo papillon colorato ha spopolato in Rete.
Davvero? Non lo sapevo. L’ho usato un sacco di volte.

Ha aderito alla legge sulle unioni civili a sua insaputa!
Esatto. Ma se è stato interpretato così ne sono felice.

Cosa pensa della scelta dei cantanti di portare un segno arcobaleno?
Ci sono argomenti che riguardano tutti. Chi può, per visibilità e successo, deve sollecitare un pensiero. Poi ognuno si forma la propria opinione. L’arte è una grande opportunità di comunicazione dei valori. Ci dev’essere un motivo per cui le mucche del Winsconsin producono più latte ascoltando Mozart e meno con Beethoven? Chiaramente non è una ragione culturale. Nella musica c’è un elemento istintivo e magico che passa a chi ascolta. E magari ci si trova a voler bene a una persona senza sapere perché.

Da Il fatto Quotidiano del 13 febbraio 2016