A venti metri da un’osteria. A meno di duecento dallo stadio della Triestina. Talmente vicino al centro, che alcune guardie andavano al lavoro con l’autobus, il numero 10. Eppure pochi sanno che l’unico campo di sterminio in Europa all’interno di una città era proprio in Italia, a Trieste. È la Risiera di San Sabba, il solo lager nazista in Italia con forno crematorio, camino da cui sono passate da 3mila a 5mila vittime. Una pagina della storia italiana ricordata al Teatro della Cooperativa di Milano con lo spettacolo I me ciamava per nome: 44.787, in scena dal 25 al 31 gennaio. “Un colpevole oblio ha soffocato fin dall’immediato dopoguerra le voci di quanto accadde”, racconta a ilfattoquotidiano.it l’autore e regista Renato Sarti.

Una scena spoglia; sul palco solo un tavolo, alcune sedie e uno schermo per diapositive. Nelle orecchie del pubblico, i passi dei detenuti mandati a morire, che a San Sabba erano sopratutto anziani, donne, bambini e alcuni partigiani. “Tutti sapevano – racconta il regista – Ci sono testimonianze di triestini che raccontano come nei giorni di scirocco non si riuscisse a respirare per la puzza di bruciato. Altri, ricordano dei sacchi di cenere scaricati dai camion”. In effetti il quartiere di San Sabba è una sorta di anfiteatro naturale, dove la ciminiera della Risiera si erge in maniera molto visibile. “Un’altra prova che il lager non fosse sconosciuto ai triestini è il fatto che, subito dopo la Liberazione, tutto il quartiere si è precipitato al campo per fare razzia dei mobili”. Un’operazione di silenzio, quindi, ha cercato di insabbiare l’esistenza di un campo di concentramento, dove “i detenuti non potevano affacciarsi alle finestre, mentre le guardie alzavano il volume della musica per non fare sentire ai passanti quello che accadeva tra le mura”.

Mentre la prima parte racconta della Risiera di San Sabba, la seconda metà della messa in scena – che gode dell’alto patronato del presidente della Repubblica – si concentra sulla deportazione triestina, che equivale a un terzo di quella nazionale. Da Trieste, infatti, sono partiti 1.235 ebrei. Direzione: Auschwitz. Solo 39 hanno fatto ritorno. “In nessun’altra città in Polonia, Olanda o Belgio si sono verificati così tanti casi di delazione da parte degli abitanti della città – continua Sarti – Denunciare un ebreo fruttava bene e la comunità ebraica di Trieste era numerosa e decisamente ricca”. Tra le testimonianze di ex prigionieri, raccolte da Marco Coslovich e Silva Bon dell’Associazione nazionale ex deportati, resta nella memoria quella di una triestina che ha partorito a Ravensbrück, il più grande campo femminile. Suo figlio è rimasto in vita solo qualche ora. Ma lei è riuscita a fingere per tre giorni che il neonato tra le sue braccia fosse ancora vivo. “Temeva di essere trasferita nel blocco 23 – prosegue Sarti – cioè il reparto dove erano portate le neo-mamme prima di essere cremate”. Una testimonianza che si conclude con una frase originale della deportata: “Nessuno può capire cos’era, nessuno mai capirà. Neanche se mi ricoprissero d’oro sarei ripagata per quello che mi hanno fatto”.

“Il nostro è un Paese che ha fatto della memoria un optional – continua Sarti – Ricordiamo sempre quel che è successo in Germania, lasciando nell’oblio le storie italiane”. Inoltre, secondo il regista triestino, poco ci si è spesi a raccontare le deportazioni di rom, omosessuali, etnie asiatiche e slave. “Tanto che il paradigma dello straniero slavo mediorientale sentito come inferiore è rimasto dentro di noi. Se non si fa un lavoro di bonifica serio, come è stato fatto in Germania, alla fine i problemi di razzismo ritorneranno”. Un oblio tollerato nonostante ci siano ancora testimoni di queste vicende. “Quando saranno morti tutti i testimoni oculari, toccherà a noi che li abbiamo ascoltati portare avanti questa memoria. Perché il rischio è che possa ricapitare che una nazione si senta superiore a un’altra”. Alla fine del teatro-documento, neppure un applauso. Il pubblico resta-, ancora avvolto dal buio della sala. “Percepisco un grande stupore – dice Sarti – Si pensa sempre che gli italiani siano ‘brava gente‘, ma questa storia è la viva testimonianza che le cose non sono andate in questo modo”.