Passato il Natale e l’utilità dei “consigli per gli acquisti da far trovare sotto l’albero”, è tempo di fare qualche esortazione, naturalmente molto personale, sugli autori su cui sarebbe bello puntare nel 2016. Cinque nomi di scrittori italiani e cinque nomi di scrittori stranieri e un appello, agli editori, di chi mi piacerebbe rivedere in libreria dopo una fin troppo lunga vacanza nel paese del dimenticatoio, confino non meritato di tantissime grandi penne.

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Ammetto di non leggere molti connazionali, o meglio, di non trovare nel vasto panorama della letteratura contemporanea italiana nomi su cui, a mio avviso, valga la pena investire. I risultati degli ultimi prestigiosi premi denunciano una tendenza sempre più marcata verso la mediocrità e le trame trite e ritrite.

Enrico Pandiani, nel club dei noiristi e non solo, spicca senza dubbio per l’originalità e lo spessore delle sue storie, l’ultimo “femminile” Più sporco della neve (Rizzoli), così come la saga di Les italiens fanno sperare in una felice continuità e, mi auguro, in un bacino di lettori sempre più ampio.

Da Maurizio Torchio mi aspetto un romanzo ancora più incredibile di Cattivi (Einaudi), un testo che possa eguagliarne la forza e la capacità di raccontare ciò che si vorrebbe tenere nascosto.

Michele Mari con il riuscito Roderick Duddle (Einaudi), che merita di entrare di diritto nella gloriosa tradizione del romanzo d’avventura, ma soprattutto con Rosso Floyd (Einaudi), testo che mi ha cambiato la vita quando casualmente l’ho letto, ha tutte le carte in regola per confermare di essere una delle penne più intelligenti, audaci e coraggiose che abbiamo in Italia. Dopo la sezionatura di Syd Barrett e del suo mondo allucinogeno mi piacerebbe la scomposizione di qualche altro universo musicale o sociale dei bei tempi andati. Speriamo.

Pressoché ignorato alla sua uscita, Paris Kebab (Safarà Editore), di Marco Trucco, anticipa in maniera stupefacente l’orrore vissuto a Parigi nel 2015. Se qualcuno mi chiedesse un testo che provi a spiegare l’avvicinamento al fondamentalismo islamico di un giovane occidentale risponderei, senza indugio, di leggere questo bel libro dell’autore milanese. Mi auguro non solo che questo romanzo venga ripubblicato, pubblicizzato e portato in giro per librerie e scuole, ma che a Marco Trucco venga data la possibilità di bissare con testi altrettanto importanti.

Il quinto nome è Enrico Remmert. In questi anni lo scrittore torinese si è prodigato felicemente in tantissime iniziative culturali, non solo in Italia, manca da un po’ però con la sua elegante e preparata prosa narrativa. Enrico, where are you?

Guardando al panorama estero le cose si fanno molto più difficili. I nomi sono tanti, forse troppi, cercherò di diversificare per aree geografiche.
Il Saggiatore sta pubblicando e investendo su tutta l’opera di David Peace, stiamo aspettando ancora un capitolo per chiudere la quadrilogia del Red Riding Quartet e diversi romanzi singoli. Sono sicuro che, anche nel 2016, non mancheranno suoi titoli nelle librerie: è in mano a uno dei migliori editori italiani.

Tigre di carta, di Olivier Rolin (Edizioni Clichy), il più bel libro che ho letto nel 2014, è l’ennesima grande prova di uno scrittore immenso: perché non ripubblicare Port Sudan e Baku, ultimi giorni? Perché non tradurre e pubblicare anche i suoi titoli inediti in Italia?

La sfida letteraria di Hassan Blasim, iniziata con Il Matto di Piazza della Libertà, pubblicato da il Sirente, non è finita, è una sfida che ribolle rabbia, dignità, giustizia e sarebbe bello leggere il secondo round nel 2016.

Da tre anni si sono perse le sue tracce, Fugaci incontri con Che Guevara (Edizioni Spartaco) è un libro pazzesco, dal ritmo perfetto e i dialoghi impeccabili, Ben Fountain è un grande narratore. Leggeremo, con l’anno nuovo, qualcosa di lui?

E anche Brian Gomez, autore de Malesia Blues (Metropoli d’Asia), dov’è finito? Si vocifera del romanzo fantasma, di nuove storie che bruciano alla partenza le suggestioni tarantiniane, di inediti fumosi ambientati nella magnetica e immensa Kuala Lumpur. Il nuovo Anno della Scimmia dissolverà il mistero?

Vorrei chiudere con un appello agli editori, a quelli grandi e spesso pavidi e a quelli piccoli, eroici e indipendenti. Perché non ripubblicare quelle centinaia di romanzi bellissimi per le nuove generazioni di lettori? Senza dubbio a un lettore gioverebbe di più avere tra le mani Il mondo di Suzie Wong di Richard Mason o La ragazza dai capelli arancio di Ehrlich Bert piuttosto che una delle tante orribili storielle d’amore che escono oggi con l’immancabile fascetta delle cinquecentomila copie vendute.

Un cultore della violenza pulp si esalterebbe di più con The Warriors di Sol Yurick, con il suo carico di omicidi, stupri di gruppo, fecali scene di una New York notturna dominata dalla vendetta atavica, invece di spulciare tra le pagine di quei banalissimi noir che potrebbero essere ambientati indistintamente a Los Angeles come a Cesano Boscone. E che dire dell’opera di Sam Selvon, tra le caccia al piccione ad Hyde Park e le disavventure della comunità caraibiche di Londra, o dei céliniani Lo stato selvaggio di Georges Conchon e i testi coloniali di Willem Frederik Hermans? E che fine hanno fatto Topkapi. La luce del giorno di Eric Ambler, I commedianti di Graham Greene, La nuova Babele di Morris West, L’albero della febbre di Richard Mason? C’è da augurarsi che, se non questi almeno altri titoli altrettanto importanti che hanno reso bella e importante la letteratura, tornino nelle librerie nel 2016. Avremmo tutti bisogno di più libertà e meno evasione.

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