I pedofili sono tra noi. 430mila file pedopornografici scaricati da oltre 95mila uomini, “persone normalissime, di tutte le professioni e strati sociali, di tutti i livelli di reddito, di tutte le appartenenze etniche e religiose”. Sono i dati della mega inchiesta svolta in dieci mesi dal quotidiano norvegese VG che ha coinvolto in modo dettagliato diverse migliaia di cittadini norvegesi, ma anche mappato ogni nazione e continente.

I risultati lasciano di stucco per come la pratica di scaricare illegalmente file che contengono materiale video di violenza sui minori sia diffusa in tutto il mondo nonostante indagini, condanne, ammonimenti e controlli in rete. I coordinatori dell’inchiesta sono il giornalista Håkon Høydal, e l’esperto informatico di dati, Einar Otto Stangvik. La squadra ha lavorato su oltre 36 milioni di download presenti in vari siti online di file-sharing.

Alcune piattaforme rendono pubblicamente visibili i registri dei download. La squadra di VG li ha scaricati e tra 36 milioni di download ha incrociato titoli con riferimenti al mondo dell’infanzia e alla terminologia usata per categorizzare le “pratiche” di abuso sui minori, con i nomi degli utenti, gli indirizzi email e gli IP spesso differenti. Un lavoro lunghissimo che ha però portato a circa 5500 file CAM contenenti materiale di violenza sui bambini e circa 430 pedopornografi solo in Norvegia.

La mappatura mondiale fatta dalla squadra investigativa di VG è stata riassunta graficamente qui. Tra gli oltre 430mila file scaricati, talvolta pagati, che mostrano violenti abusi sessuali sui bambini troviamo in cima alla classifica la Germania con 18.107 downloader, seguita dagli Stati Uniti (13.630), Russia (11.118), Regno Unito (3.743) e Francia (3393). L’Italia non risulta in questa triste top ten, anche se guardando il grafico, soprattutto nel Nord, sono molti i casi rilevati. I luoghi dove i downloader sono praticamente nulli rispetto alla quantità di abitanti sono Africa e India. Il team ha poi selezionato 10 casi norvegesi e poi li è andati a cercare a casa, ponendogli faccia a faccia domande sul perché hanno compiuto questi atti. Il risultato è riassunto in questo documentario, ma per chi non avesse tempo di seguirlo tutto, la sintesi è sufficiente per farsi un’idea su un fenomeno web di enormi proporzioni.

Ciò che ha sorpreso di più i giornalisti è l’assoluta normalità delle centinaia di casi scoperti e incontrati di persona: “Guardando oltre lo choc della brutalità degli abusi e nel vedere come queste persone comunicano, il dato più significativo è l’assoluta normalità di queste persone. Hanno posti di lavoro normali, famiglie normali e normali interazioni sui social media. Gente comune di tutte le professioni, di tutti gli strati sociali e livelli di reddito, di tutte le appartenenze etniche e religioni”. Alcuni sono studenti, altri hanno posti di lavoro di alto livello nel settore sanitario, altri artisti. Molti lavorano con bambini, come animatori giovanili nelle organizzazioni religiose, allenatori sportivi, o operatori sanitari.

I files presi in esame nell’inchiesta di VG sono stati scaricati tutti da uomini: le donne appaiono soltanto in qualche filmato mentre abusano delle piccole vittime. Tra le motivazioni ricorrenti molti intervistati da VG sostengono di aver “inciampato” nella pedopornografia mentre cercavano immagini porno, altri descrivono la loro attrazione per i bambini come qualcosa che rientra nella categoria del porno chiamata “fetish”, e molti non si definiscono nemmeno pedofili. C’è anche chi sostiene che vederlo non sia male quanto produrlo e sentono di non avere alcuna responsabilità verso l’abuso dei bimbi nei video scaricati. Il mondo della pedofilia online, un “settore” che nel 2012 stimata tra i 50 e i 20 miliardi di dollari l’anno, sembrava aver ricevuto una battuta d’arresto negli ultimi anni soprattutto nella riduzione della quantità di introiti dovuta a parecchie forme di baratto di video senza transazione economica, anche se i dati raccolti da VG non sembrano confermare la tendenza.