Edoardo FranzoniIl libro di Edgardo Franzosini è snello, 115 pagine in cui si racconta dello scultore Rembrandt Bugatti, fratello del più celebre Ettore. Libro snello, ma struggente. Franzosini non segue un andamento biografico, piuttosto illumina con precisione “scene” intense o meglio “quadri” della vita di questo artista, componendo uno sfondo puntuale per ogni episodio. Questa scelta stilistica di Franzosini, oltre a rendere il libro appassionante, bene si addice al personaggio che narra, la cui vita è costellata da improvvisi e misteriosi impulsi, da episodi involontariamente eccentrici, eccezionali, spesso disperanti.

Rembrandt (il nome lo sceglie uno scultore suo padrino di battesimo) viene da una famiglia di talenti; il padre Carlo Bugatti disegna con successo mobili e lampade, la zia Luigia, detta Bice è musa ispiratrice e compagna del pittore Giovanni Segantini. Suo fratello Ettore disegna automobili e progetta motori. A 18 anni, nel 1902, Rembrandt si trasferisce a Parigi con la famiglia e presto se ne va a vivere in uno studio nel quartiere latino.

L’artista cammina con le spalle curve, dà l’impressione di voler schivare la gente. E’ un ragazzo riservato, discreto, quasi sordo per via delle otiti. Il suo mondo è costellato da brusii e riconosce bene solo i barriti e le grida degli animali dello zoo parigino dove trascorre le sue giornate. Lui stesso scrive di assomigliare a un marabù, le gambe lunghe e sottili, il collo proteso in avanti. Franzosini ci mostra questo ragazzo dallo sguardo innocente (sono andata a vedere il suo volto ed è bellissimo) muoversi in un locale di Parigi, poi nello zoo del Jardin des Plantes e in quello di Anversa, o sulla terrazza dell’Hotel Weber dove beve assenzio e gioca a carte, per chiudersi poi nello studio puzzolente e pieno di muffa in rue Joseph-Bara.

La portinaia del suo palazzo parigino lo ammira per la sua aria raffinata, gli abiti eleganti. Le piace anche perché, a differenza degli altri artisti, non porta modelle nel suo studio. Non sa che Rembrandt ci ospita invece due giovani antilopi. Allo zoo il ragazzo fissa lo sguardo negli occhi gialli delle pantere, sul manto di uno scimpanzé, osserva attento la ritrosia di una gazzella o lo sbadigliare di un ippopotamo. Il desiderio di osservare gli animali “è imperioso, quasi bruciante”, come dirà lui stesso; sente una comunanza intima tra sé e quegli esseri dallo sguardo muto. La percezione di questa affinità lo spinge a un minuzioso lavoro con la plastilina con cui modella dal vero gli animali. Non è dunque un interesse scientifico che lo avvicina a loro, piuttosto, un’empatia che nasconde la speranza di catturare il segreto che permette agli animali la muta accettazione della prigione.

Chi è veramente in gabbia? Gli animali dietro le sbarre o lui stesso costretto a vivere nel mondo senza saperlo decifrare? Al contrario degli orsi e delle tigri che osserva, la sua gabbia è invisibile; lui è costretto a vagare, a relazionarsi con gli altri, a dare spiegazioni, a cercare un significato, ma quello che sente in sé è silenzio e l’unica possibile salvezza è modellare e poi fondere i suoi prototipi in bronzo. E’ naturale che sia indignato quando assiste a una conferenza dove uno scienziato mette in mostra con orgoglio ridicole macchiette: un coniglio che suona un tamburo, un orso sulla bicicletta. Quattro sciacalli che saltano la corda e ballano il valzer. Odia tutti gli uomini che vogliono ammaestrare gli animali, privandoli della loro dignità, della loro forza selvatica.

“La carneficina avrà luogo domani” gli scrive nell’agosto del 1914 il direttore dello zoo di Anversa: l’esercito nemico è alle porte della città, lo Zeppelin scarica bombe dal cielo. E’ necessario eliminare gli animali dello zoo perché non vaghino liberi per la città e per evitare che le loro carcasse imputridiscano nell’aria. Ci penserà “un plotone di cinquanta uomini del II reggimento armati di fucile Mauser a ripetizione con baoionetta innestata”.

Il filo sul quale l’equilibrista Bugatti attraversa il mondo, si spezza. Torna a Milano. Un suo amico così lo descrive: “Rembrandt entrava nello studio con un’aria triste e malinconica da fare pena. Entrava e senza salutare, senza dire una parola, si sprofondava in una poltrona, e cominciava a lamentarsi per la stanchezza che sentiva addosso. Tentava di lavorare. Iniziava una statua ma non la finiva. Faceva e disfaceva. Certi giorni arrivava nello studio solo per distruggere quello che aveva fatto il giorno prima”. All’inizio dell’estate del 1915 ritorna a Parigi nel tentativo di ritrovare qualcosa di sé. Inutilmente; l’8 gennaio del 1916, all’età di 32 anni, scrive tre lettere e con minuziosa attenzione riempie il suo studio di gas.

Questo bellissimo libro non narra solo la vita di un grande scultore, è anche una testimonianza della devastazione che ogni guerra porta nella vita degli uomini e degli artisti; finito di leggerlo, il mio pensiero è andato all’ultima passeggiata di Virginia Woolf, il 28 marzo del 1941, mentre i tedeschi bombardano l’Inghilterra, verso il torrente che la inghiotte per sempre.