“Fratelli, Gesù è disceso sulla terra per riscattare i peccati dell’umanità. Per soffrire lui, figlio di Dio, come un semplice mortale. Perciò egli ha scelto di nascere non borghese, ma proletario, perché solo chi lavora, soltanto chi suda sa cosa sia la sofferenza. Il cristianesimo è una religione democratica basata sul lavoro“. Non siamo nella Bassa padana, nel piccolo Comune di Brescello, in provincia di Reggio Emilia, con poco più di 5mila abitanti, reso immortale dalla penna di Giovannino Guareschi con i suoi celebri racconti di don Camillo e Peppone. Siamo in Vaticano dove dal 13 marzo 2013 regna il primo Papa latinoamericano della bimillenaria storia della Chiesa di Roma, il primo Pontefice argentino, il primo vescovo di Roma gesuita, alla faccia di quel Clemente XIV che il 21 luglio 1773 soppresse la Compagnia di Gesù.

Papa Francesco allo Stadio Artemio Franchi di Firenze

Proprio la figura di don Camillo, amatissima da Benedetto XVI, è stato il “cavallo di Troia” che Bergoglio ha utilizzato per bocciare in modo sferzante la Chiesa italiana degli ultimi anni. Una Chiesa, di cui il Papa è primate, che non ha saputo sintonizzarsi sulla bussola indicata da Francesco nel documento programmatico del suo pontificato, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium. Non a caso Bergoglio, agli oltre 200 vescovi italiani, ha spiegato che per realizzare oggi il “sogno” di una “Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti” c’è una sola strada: “In ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni”.

“Quella esortazione, – commenta il vaticanista Andrea Tornielli, coordinatore di Vatican Insider – vero documento programmatico del pontificato, è stata pubblicata già due anni fa. Se il Pontefice invita a riprendere in mano quel testo evidentemente ritiene che la Chiesa italiana non l’abbia fatto o non l’abbia fatto abbastanza”. Ma la bocciatura papale passa proprio attraverso la figura nata dalla fantasia di Guareschi. “La Chiesa italiana – ha affermato il Papa nel suo monumentale e storico discorso – ha grandi santi il cui esempio possono aiutarla a vivere la fede con umiltà, disinteresse e letizia, da Francesco d’Assisi a Filippo Neri. Ma pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente. Di sé don Camillo diceva: ‘Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro’. Vicinanza alla gente e preghiera – ha aggiunto Francesco – sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto. Se perdiamo questo contatto con il popolo fedele di Dio perdiamo in umanità e non andiamo da nessuna parte”.

Quella vicinanza alla gente che spesso sembra mancare nelle diocesi italiane soprattutto quando il Papa chiede di accogliere senza alcuna esitazione in ogni parrocchia una famiglia di profughi. “Ai vescovi – ha detto Francesco alla Cei a Firenze – chiedo di essere pastori. Niente di più: pastori. Sia questa la vostra gioia: ‘Sono pastore’. Sarà la gente, il vostro gregge, a sostenervi. Di recente ho letto di un vescovo che raccontava che era in metrò all’ora di punta e c’era talmente tanta gente che non sapeva più dove mettere la mano per reggersi. Spinto a destra e a sinistra, si appoggiava alle persone per non cadere. E così ha pensato che, oltre la preghiera, quello che fa stare in piedi un vescovo, è la sua gente”. La Chiesa italiana ci riuscirà?