“Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro. I giovani costruiscano un’Italia migliore. La Nazione non è un museo. Dialogate non negoziate con tutti: teologia non diventi ideologia”. È l’appello che Papa Francesco ha rivolto nel lungo discorso, a tratti sferzante, rivolto alla Cei riunita a Firenze per il suo quinto convegno nazionale. Prima di arrivare nel capoluogo toscano, Bergoglio ha fatto una brevissima tappa a Prato dove ha sottolineato che “la vita di ogni comunità esige che si combattano fino in fondo il cancro della corruzione e il veleno dell’illegalità”. Poi, dopo aver pranzato alla mensa Caritas di San Francesco Poverino, a Firenze ha celebrato la messa allo stadio Artemio Franchi davanti a 40mila persone.

Sui rapporti con la politica Bergoglio ha subito evidenziato che “dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria ‘fetta’ della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. Discutere insieme, pensare alle soluzioni migliori per tutti. Molte volte – ha aggiunto Francesco – l’incontro si trova coinvolto nel conflitto. Nel dialogo si dà il conflitto: è logico e prevedibile che sia così. E non dobbiamo temerlo né ignorarlo ma accettarlo”. Il Papa ha precisato che “noi sappiamo che la migliore risposta alla conflittualità dell’essere umano del celebre homo homini lupus di Thomas Hobbes è l’Ecce homo di Gesù che non recrimina, ma accoglie e, pagando di persona, salva”. Per Francesco, dunque, “non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia”.

Bergoglio ha sottolineato che “la società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media. La Chiesa – ha auspicato il Papa – sia fermento di dialogo, di incontro, di unità”. Ma Francesco ha anche evidenziato che “il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà. E senza paura di compiere l’esodo necessario a ogni autentico dialogo. Altrimenti non è possibile comprendere le ragioni dell’altro, né capire fino in fondo che il fratello conta più delle posizioni che giudichiamo lontane dalle nostre pur autentiche certezze”.

Da Bergoglio la richiesta che “la Chiesa sappia anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune. I credenti sono cittadini. E lo dico qui a Firenze, dove arte, fede e cittadinanza si sono sempre composte in un equilibrio dinamico tra denuncia e proposta. La Nazione non è un museo, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose”. Il Papa non ha nascosto che oggi viviamo “un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere. Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli”. E un appello ai giovani: “Vi chiedo di essere costruttori dell’Italia, di mettervi al lavoro per un’Italia migliore. Non guardate dal balcone la vita, ma impegnatevi, immergetevi nell’ampio dialogo sociale e politico”.

Alla Chiesa italiana il Papa ha rivolto un richiamo molto forte: “Non dobbiamo essere ossessionati dal ‘potere’, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso”. Per Bergoglio, infatti, essa deve avere i “tratti dell’umiltà, del disinteresse e della beatitudine” e sfuggire “le tentazioni” che “sono tante”. Bergoglio ne ha volute citare solo due: il pelagianesimo che porta “ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette perché astratte”, perché “davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative”. E la seconda tentazione è quella dello gnosticismo che “porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello”. Alla Chiesa italiana il Papa ha chiesto anche di seguire la “semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone” e ai vescovi “di essere pastori”. Alla Cei Francesco ha “raccomandato l’inclusione sociale dei poveri, che hanno un posto privilegiato nel popolo di Dio, e la capacità di incontro e di dialogo per favorire l’amicizia sociale nel vostro Paese, cercando il bene comune”.

Twitter: @FrancescoGrana