L’Italia di Michele Serra è il luogo meno renziano che potete immaginare. Infatti è il mondo reale, nel quale i fatti sono fatti e le parole sono parole, si vive precari e il futuro non è un un’ipotesi sorridente e sfolgorante, gli smartphone sono oggetti di distrazione (puoi sbattere in un palo, se non guardi dove vai) e non di distrazione di massa. “Ognuno potrebbe” (Feltrinelli, pagg. 152, euro 14) è un affresco estremamente arguto, feroce e sarcastico dei nostri tempi e di un’Italia composta da gente che si è persa “a pochi chilometri da casa, lungo le strade che percorro da una vita”, proprio come accade a Giulio Maria (alter ego di Serra).

Giulio Maria, quasi 36 enne, laureato in antropologia, vive con la madre e ha una fidanzata sempre connessa. E’ un ricercatore universitario precario, guadagna 700 euro al mese e il suo lavoro è totalmente inutile: catalogare l’esultanza dei calciatori dopo il gol. Ha un contratto di due anni che è una specie di dottorato ma non proprio o una borsa di studio o un master. Non si capisce bene, è precario anche il nome di quello che fa. Poiché la trama è debolissima (come vendere un capannone del fu padre ebanista), quanto accade è solo un pretesto per raccontare come si vive in un luogo piuttosto triste, Capannonia. Ecco una sorta di dizionario dell’Italia di Giulio Maria, lo sdraiato cresciuto che rappresenta il fallimento di un’intera generazione. O più probabilmente di due.

Ognuno Potrebbe – A iniziare dal titolo è la dichiarazione programmatica della vita a Capannonia. È la perfetta antitesi dello “Yes We Can”, di originie obamiana, a cui si ispirano gli entusiasti, come l’amico collega Ricky, eterno e ottuso ottimista. Giulio Maria avrebbe potuto fare il falegname, come il padre. Ma non gli è mai passato per la testa. “Avrei potuto. Ma non l’ho fatto” dice. Avrebbe potuto fare anche tante altre cose, ma non l’ha fatte. E infatti vivacchia in attesa che qualcosa accada. Ma non sarà lui, chiaramente, a fare alcunché perché questo qualcosa accada. Il vero “ognuno potrebbe” del titolo è a pagina 120, ma non vi sveliamo di più.

Capannonia – E’ il “luogo di merda” dove si muovono i protagonisti. Ovvero un posto non ben definito nella Pianura Padana, fatto di “tubi e cubi” che mangiano le campagne e brutalizzano il territorio fino a renderlo un susseguirsi di capannoni e rotatorie (dove per l’appunto Giulio Maria si perde), un susseguirsi deforme di costruzioni e circonvallazioni e parcheggi di ipermercati del tutto disordinate e inutili. E’ un luogo peggio che brutto, un posto senza identità, che non ha “pretese di eleganza ma neppure il vigore della volgarità”.

Egòfono – Traduzione letterale (seppure impropria) dell’Iphone, la cosa che Giulio Maria odia più di tutto al mondo dopo la parola “Io”. E’ la causa del narcisismo digitale che affligge Capannonia. Citazione testuale. “Esisterà solo l’io. Ognuno con il suo egòfono acceso. Muto con chi gli sta intorno, loquace solo con chi ha il merito di rimanersene a distanza”. Per comunicare con la fidanzata, Giulio Maria pensa di trasferirsi altrove, in un posto lontanissimo.

Selfie – Gli abitanti di Capannonia pensano che sia un autoritratto fatto con lo smartphone, ma Giulio Maria, che non per niente è un ricercatore e antropologo, ha fatto una ricerca e sa che l’origine di selfie è un’altra: vuol dire “masturbazione”. Non è chiaro se questo gli dia un sottile piacere di rivincita o aumenti il suo sgomento di fronte ai fanatici dei selfie.

Sindrome dello Sguardo Basso – La fidanzata del protagonista finisce al Pronto Soccorso per colpa di questa malattia che affligge gli ignari abitanti di Capannonia. Chi ne è afflitto può venire investito da un camion o precipitare in un buco sul marciapiedi semplicemente perché la testa è china sullo schermo dell’egòfono invece di guardare avanti. Gli affetti dalla sindrone non solo non guardano le altre persone, non le vedono proprio.

Io –E’ la causa dell’unico schiaffo ricevuto da Giulio Maria da suo padre quando aveva dieci anni. La scena avviene durante un pranzo di famiglia, nella grande cucina della nonna. Il ragazzino interviene nella conversazione dei grandi e alla fine, improvviso e assordante, arriva lo schiaffone del genitore. Tutti lo guardano esterrefatti. “Hai detto io almeno dieci volte. E’ molto maleducato”. Citazione testuale: “La testa ronzava, girava a vuoto, cercava di riassettarsi. Dissi a mia madre. “Ma io non è un parolaccia!”. Lei mi rispose che non lo era. Nessuno di noi poteva immaginare che lo sarebbe diventata”. Ovviamente, a Capannonia l’individualismo e la supremazia dell’Ego hanno ucciso ogni forma di solidarietà e comunità.

La Gran Figa – E’ la voce suadente della navigatrice satellitare. Una tecnologia stolida, che intima di fare inversioni a U quando non vorresti affatto, che ti porta fuori strada e interviene a sproposito. E’ il simbolo di tutte le tecnologie che Giulio Mario detesta (come Serra) e ritiene dannose, oltre che superflue.

Il cinghiale – Non c’entra niente eppure è la sintesi suprema di tutto (a cominciare dall’immagine della copertina di Gipi). Quando si trova un cinghiale morto in mezzo alla strada, il traffico va in tilt e gli abitanti di Capannonia anche. Nessuno sa perché sia lì e cosa farne. La cosa più ovvia sarebbe spostare il cinghiale dalla carreggiata. Ma nessuno lo fa. Si forma invece un crocchio intorno alla bestia morta e ognuno collegato con l’auricolare al suo egòfono chiede consigli a gente a casa e tenta di dare la sua interpretazione e di capire il da farsi. E’ un magnifico effetto talk show, dove uno dice che i cinghiali perdono l’orientamento a causa delle scie chimiche degli aerei militari, una ragazzina è sicura che sia scappato da un laboratorio dove si fa vivisezione, un altro è sicuro che non si saprà mai, perché “loro” le cose le tengono nascoste. L’unico che non parla è un ragazzino di sedici anni, tuta da meccanico, grasso del motore. Quando gli chiede perché non dice niente, risponde: Perché non so cosa dire. E’ lui che sa indicare a Giulio Maria la strada per tornare a casa.

Messaggio finale (e dedica iniziale) – Il lavoro manuale, il grasso della tuta da meccanico, saranno la salvezza nostra e di Capannonia? Giulio Maria pare pensarlo e trova la pace lavando a mano pile di piatti e bicchieri. Con lui pare pensarlo anche Michele Serra, visto che dedica il libro “a Giovanna, al suo lavoro”. Un messaggio chiaro per chi sa che la compagna di Serra (Giovanna Zucconi) ha lasciato il giornalismo per coltivare lavanda e fare profumi.