Il premio Nobel per la Pace 2015 è stato assegnato al Quartetto per il dialogo nazionale tunisino “per il suo contributo decisivo alla costruzione di una democrazia pluralistica nel Paese, sulla sciadella Rivoluzione del Gelsomino del 2011”. Il Quartetto, formatosi nel 2013, nel momento di maggiore rischio e disordini per il processo di democratizzazione del Paese, è formato da sindacato Ugtt, confederazione degli industriali Utica, lega dei diritti umani Ltdh e Inoa, ordine nazionale degli avvocati.

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Foto di Giovanna Cavallo

Abbiamo chiesto alla disegnatrice satirica Nadia Khiari, già nostra ospite al Suq Festival di Genova lo scorso giugno, quale significato dà a questo riconoscimento e quali prospettive intravede per il processo di dialogo e democrazia. “Prima di tutto ho visto questo premio Nobel consegnato al Quartetto per il Dialogo come uno schiaffo al governo provvisorio della Troika (composto da islamici e da due partiti opportunisti). Inoltre mi sono detta che è stato qualcosa di positivo nel senso che non si parla di Tunisia solo in occasione di disastri”. Dopo gli attentati terroristici infatti il turismo nel Paese è a un punto morto, e gli investitori stranieri fuggono lasciando centinaia di famiglie senza più lavoro. “Se questo premio permette di ridare fiducia agli investimenti in Tunisia, sarà stato un bene” conclude Nadia. Riguardo al dubbio se il Premio non lasci in ombra altre forze della società civile che hanno contribuito alla crescita della Tunisia, ribadisce che il processo di dialogo, cui va dato merito al Quartetto, arriva “dopo che la società civile ha invaso le strade davanti all’Assemblea Costituente, per chiedere le dimissioni del governo in seguito al decimo assassinio di un deputato della Sinistra. Eravamo in strada e abbiamo assaggiato le delizie dei lacrimogeni e la furia degli islamici. E’ solo in un secondo momento che questo movimento di contestazione è stato raggiunto dai deputati e recuperato da alcune forze politiche. Il Quartetto ha in qualche modo assorbito la rabbia della strada”.

Non si può certo trascurare l’impatto che un’informazione più o meno sana potrà avere in questo processo di transizione verso una nuova Tunisia. Da vignettista attenta osservatrice e riferimento quale è nel panorama informativo europeo, Nadia sottolinea che “a parte qualche giornale online d’inchiesta, c’è ancora molto lavoro di fondo a livello giornalistico: i giornali possono essere molto di parte, senza alcuna obiettività; i giornalisti si accontentano spesso di trascrivere parola per parola i comunicati dell’Afp (Agence France Presse), o di riferire una notizia senza verificare la fonte, troppo ossessionati dall’urgenza di avere l’esclusiva, per non parlare di false informazioni, lavaggio del cervello ecc. Personalmente, ciò che mi interessa è il giornalismo d’inchiesta e il giornalismo militante, non per un partito ma per delle idee: infatti è bene dire che noi siamo stati ingannati dai politici. Mi interessa che mi si dica come non essere più ingannata. Altrimenti, il giornalismo d’opinione è accessorio”.

Conversazione e traduzione a cura di Giacomo D’Alessandro.

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