Da leggere, questo “La situazione è grammatica” (Einaudi), un pamphlet un po’ surreale e molto istruttivo sullo stato di salute della lingua italiana, ai tempi delle emoticon e dei tweet di governo e d’opposizione. Un agile saggio non privo d’ironia, volontaria e non, capace di ricostruire la storia contemporanea del vocabolario che fu di Dante e oggi è di Razzi. Attraverso gli errori più comuni, le distrazioni, i lapsus cronici, che a volte si scatenano anche a causa di regole datate e astruse. Andrea De Benedetti, linguista, laureato in Grammatica italiana, già autore di varie pubblicazioni, si domanda e ci domanda perché facciamo tutti questi errori grammaticali; e ci suggerisce la via per la remissione degli strafalcioni.

Lungi dal farci la morale, o dall’apostrofarci, De Benedetti annota come “gli errori sono innanzitutto sintomi da comprendere e da interpretare”. Qualche esempio tra i tanti snocciolati nel libro. Accelerare “si scrive con una sola elle, solo che a un certo punto abbiamo cominciato a pronunciare la elle come se fosse lunga, e a furia di allungarla è capitato che qualcuno abbia cominciato a scrivere “accellerare o accelleratore”.

Non è apposto? Eccerto!“. E se la nuova tendenza generazionale dettata dai social media tende al sincretismo eretico di mettere insieme, accorpare più parole, l’accademia, la scuola e le università non possono “sdoganare apposto e affianco da un giorno all’altro”. Bisognerebbe altresì cominciare a chiudere un occhio su certi errori che errori in realtà non sono; e a non restare “ossessionati dalla grammatica come lo sono certe mamme dalla pulizia, che quando entri in casa con le scarpe danno una passata con lo straccio”.

Un caso topico in tal senso è quello di “sé stesso-i-e-a“, che può essere scritto con e senza accento, eccezion fatta per i fondamentalisti della lingua, fanatici dalla matita rossa a prescindere. Discorso analogo quello relativo alla d eufonica, che non è una lettera bensì “un suono”. E in fondo “andare a Ancona”, se scritto così non è un errore: capita che il linguaggio verbale adotti delle locuzioni a se stanti, finalizzate a produrre un “buon suono”. Un capitolo a parte è quello dedicato alla quintessenza dell’errore , la costruzione “ce l’ho”, effettivamente e indebitamente programmata a tutti i livelli di declinazione.

a forza di t9, incuria, pigrizia e ignoranza un buon 50% della popolazione tricolore “un po’” lo scrive senza apostrofo, guarnendolo col fatale accento. Eppure si tratta di un’apocope, cioè di un troncamento della parte finale della parola: un po’ sta per “un poco”, ma vallo a spiegare su Facebook. Ha ragione De Benedetti a invitarci a una seria ricognizione del nostro italiano via web: sui social soprattutto, “il buono e il cattivo italiano finiscono per avere uguale diritto di cittadinanza, attraverso il braccio armato di milioni di utenti”.

P.s. (post scriptum): siete innamorati? Attenzione allora alla consecutio temporum, e non date mai del “gli” alla vostra lei. Potreste stroncarle la libido.