Un giorno Gabriel García Márquez dice alla moglie Mercedes: “Non ce la faccio più, voglio lasciare il lavoro e mettermi a scrivere”. In quel momento suona il telefono. Mercedes risponde, è il padrone di casa che ricorda i tre mesi di affitto arretrato da pagare. Mercedes copre la cornetta e chiede al marito: “Quanto tempo ti serve a finire il libro?”. “Sei mesi”. Lei: “Facciamo quattro”. Toglie la mano dalla cornetta e annuncia: “Tra un po’ gliene dovremo sette”. Il padrone di casa decide di fidarsi e la storia della letteratura del ventesimo secolo cambia. Il libro è “Cent’anni di solitudine”, il capolavoro pubblicato nel 1967 che avrebbe spinto Márquez verso il premio Nobel e una notorietà universale.

E’ uno dei tanti aneddoti contenuti in “Gabo, La Magia de lo Real”, documentario di Justin Webster presentato in anteprima italiana al Festivaletteratura di Mantova (seconda proiezione domenica 13 settembre alle 14 al Teatro Oberdan, ingresso 3 euro), un anno dopo la morte dello scrittore. Il feticismo degli appassionati è qua e là appagato. Si vede Aracataca, il villaggio natale ispiratore di Macondo, nella realtà un posto di “risse, alcol e bordelli”. E si vedono, nel fiume che la attraversa, le “pietre lisce, bianche e grandi come uova di dinosauro”, forse l’ultima testimonianza intatta dell’infanzia dello scrittore. O della fondazione di Macondo, se preferite. Ma il documentario non si esaurisce in questo. Cerca piuttosto di rispondere alla seguente domanda: come ha fatto un bambino colombiano cresciuto ai margini del mondo, in una famiglia modesta e numerosa, a diventare uno dei grandi maestri della narrativa mondiale?

Attraverso testimonianze, interviste, immagini di repertorio, “Gabo. La magia do real” si sofferma proprio sulle “sliding doors”, i momenti determinati della sua biografia. La decisione di lasciare presto la famiglia dove “nasceva un fratello all’anno”, il trasferimento per studiare giurisprudenza nella fredda e ostile Bogotá, dove in sostanza lo consideravano una specie di tamarro, uno zingaro caraibico con la pelle troppo scura, i vestiti troppo sgargianti e un’indecente predisposizione a molestare le cameriere nei caffè. Il documentario ripercorre gli esordi nella narrativa e nel giornalismo, mentre nel Paese riesplodeva la violenza politica. Nel suo primo articolo religiosamente conservato nella redazione di El Espectador a Barranquilla se la prendeva con la “gola metallica” che ogni sera annunciava il coprifuoco.

Poi l’impegno politico, l’amicizia con Fidel Castro (che, abbiamo appreso pochi giorni fa, gli costò le attenzioni dell’Fbi), lo scontro con Vargas Llosa (ironia della sorte, quest’anno ospite d’onore al Festivaletteratura in carne e ossa). Dopo il golpe di Pinochet in Cile del 1973 la tentazione, da scrittore già affermato, di mollare la macchina da scrivere e buttarsi in politica, sbottando contro se stesso: “García Márquez, ha rotto i coglioni”. Che poi non era così vero, dato che nel 1981 uscì un nuovo capolavoro, “Cronaca di una morte annunciata”, e nel 1982 arrivò – non inatteso – il premio Nobel (“ora volo con una certa sicurezza in più”, scherzò con la giornalista che di ritorno da Stoccolma gli chiedeva della sua nota paura dell’aereo).  Intanto però la Colombia stava architettando la sua prossima guerra, così lontana dall’epica idealista del colonnello Buendía, e con più feroci plotoni d’esecuzione: quella del narcotraffico. Nel 1986 i narcos uccidono il collega di El Espectador Guillermo Cano, suo fraterno amico. E’ il clima in cui matura “Notizia di un sequestro” (1996). Quando è stampato, Gabo ne prende una copia, la infila in una busta dove scrive semplicemente: “Bill Clinton, Casa Bianca, Washington”. Ne nasce un’amicizia, narrata nel documentario dallo stesso ex presidente.

Così, lungo i 90 minuti del lavoro di Webster prende forma una risposta possibile. Il bambino di Aracataca, il tamarro costeño che faceva storcere il naso alla gente di Bogotá è diventato uno dei più grandi narratori del Novecento perché per scrivere, e scrivere così, non basta sedersi davanti a un foglio bianco. Bisogna prima vivere, vedere, raccontare, anche in un bar a tarda notte. E aspettare magari “20-30 anni” prima di riversare su quel foglio ciò che merita davvero di restare. “La letteratura non è separabile dall’amicizia”, dice lo scrittore connazionale Juan Gabriel Vásquez, “il racconto è un esercizio continuo che non può terminare con la consegna delle bozze”. “Parlava come scriveva, ti incantava”, testimonia Tachia Quintanar, fiamma di Márquez nella squattrinata bohème parigina degli anni Cinquanta, svelando forse una parte del segereto.

Chi gli è stato vicino negli ultimi anni racconta che Gabo andava via via perdendo la memoria, ma non la tenerezza.