Albenga – C’è la serra (non Yilmaz), ci sono le piante aromatiche che spargono nell’aria quel misto di casa e femmina, di verde e natura, di futuro. La formula dei Kronoteatro (leggi Maurizio Sguotti e i suoi tanti volenterosi ragazzi) risulta ancora vincente con un pubblico (trecento persone a serata) che affolla le vetrate e i campi con distese a perdita d’occhio di piccoli vasi e germogli a spuntare cercando il Sole. Pubblico vero, non di operatori, di quello che si fida e si affida, disposto a scommettere, a lasciarsi guidare ma anche a godere delle novità che gli vengono proposte. Se negli anni scorsi abbiamo visto qui i Teatro Sotterraneo o Gli Omini, Marta Cuscunà oppure Angelo Romagnoli, per citarne soltanto alcuni, in questa edizione le scelte sono ricadute sui quotidiana.com (anche a Kilowatt e Calcata questa estate), Fibre Parallele e Sacchi di Sabbia. Come sempre il meglio del nostro teatro contemporaneo.

quotidianacomOpzione discutibile invece quella che ha portato il gruppo romagnolo Menoventi ad aprire ogni serata nel prologo, una sorta di antipasto aspettando il vermentino e il pesto, le alici ripiene e il nero di seppia. Insomma ci vorrebbe qualcosa di leggero, non superficiale, allegro ma non stupido, spensierato ma non banale. Compagnia troppo concettuale per una manifestazione estiva che punta tutto sulla popolarità, sulla trasversalità dei linguaggi ma anche e soprattutto sulla loro fruibilità, sulla piacevolezza del ritrovarsi, dello stare insieme, del sorriso. Perché la platea di Albenga, tirata su dai Krono nelle stagioni invernali, ha sì ormai un palato attento e raffinato ma anche altrettanto cerca quel divertimento d’agosto che altri tipi di soluzione del recente passato hanno saputo fornire in un difficile bilanciamento tra profondità, intellettualismo e godibilità.

Schiettezza e semplicità chiede questo popolo ligure con vista su Ventimiglia. Tutta la riflessione dei Menoventi (vincitori anche di un’edizione del Premio Rete Critica) era votata e rivolta al pensiero della riproducibilità teatrale con video, doppiaggi fuori sincrono, ricerca di un’ironia latente complicata ed effimera. A rinsaldare il rapporto tra pubblico e palco i riminesi Quotidiana che spingono il singolo prima ad un faccia a faccia personale con le proprie paure per poi liberarlo, scardinando le certezze, attraverso il loro azzeramento dialettico, la loro forma così antiteatrale, il loro distacco che li fa percepire talmente distanti dall’ordinario visto, in questa loro visione personale di intendere la scena, da creare prima una frattura, poi una repulsione, resistenza fino all’abbassamento di ogni difesa. L’abbraccio, con questi due tipi che sul palco vergano le loro storie di freddezza e gelido, scatta all’improvviso con applausi a scena aperta, come lampi nel buio, o risate fuori fase deflagranti e grosse a riempire l’aria nera della notte. Clima di festa, da sagra teatrale con il cibo che ben si sposa con attori sempre generosi, tra pallet e muretti, casse e imballaggi, scotch e cartoni, innaffiatoi e plastica.

E’ questo che rende vincente i “Terreni Creativi”: un luogo non convenzionale, ma assolutamente adatto per queste forme ampie ad includere (contraddice questa visione la bella idea di Nicoletta Bernardini di mettere la propria compagnia di danza all’interno di locali bloccati da grandi vetrate, come pesci in un acquario, come pezzi da museo sotto una teca, come esperimenti da laboratorio sotto vuoto), in un viaggio che consente di vedere dall’interno il mondo delle serre, metaforicamente l’ossigeno, il respiro, la madre terra generatrice.

Sacchi sabbiaI pisani Sacchi di Sabbia hanno infine dato la spallata conclusiva eccitante con il loro “Piccoli suicidi in ottava rima” coniugando il tipico canto toscano contadino (forse inizialmente un po’ ostico per queste zone) chiudendo in bellezza con il loro intelligente sarcasmo tirrenico che qui li portava in quattro differenti quadri, Far West, il Lupo delle favole, gli Spermatozoi e gli Alieni, per solleticare l’immaginazione, la fantasia, in quel binomio che soddisfa corpo e mente, senza alambicchi intellettualoidi inutili, senza accessori di maniera, senza elucubrazioni senza costrutto. Il teatro contemporaneo a volte si perde alla ricerca di se stesso. Che non deve essere il fine ultimo, al limite soltanto un mezzo per la trasmissione, in quel filo sottile e invisibile, ma tangibile, tra chi sta sopra e chi sotto, tra chi racconta e chi ascolta, tra chi dice e mostra e chi è affamato di storie, di vita.