“In Rete suscito odio, questo ormai è un dato acclarato”. È una Giulia Innocenzi ancora un po’ arrabbiata per quello che è successo negli ultimi giorni, ma che tenta di ricostruire le vicende che l’hanno coinvolta da quando, al ritorno da un viaggio di piacere in Iran, ha raccontato sul suo blog personale alcuni episodi di molestie ricevute durante le vacanze.
Il web, che magari non esisterà come fantomatica entità collettiva, ma che può far male (e tanto) quando qualcuno decide di far cominciare lo shitstorming, ha sezionato parola per parola la denuncia della conduttrice di AnnoUno, accusandola di diverse cose, tra cui, nell’ordine, di aver inventato tutto, di aver generalizzato, di cercare risalto mediatico. Iraniani della diaspora, giornalisti, semplici haters che hanno preso la palla al balzo: da giorni la Innocenzi è al centro di una tempesta virtuale che, anche volendo darle torto nel merito, dovrebbe comunque far riflettere sulle dinamiche della Rete.

Giulia, perché ti stanno attaccando in maniera così “violenta”?
Sarebbe interessante capirlo. Innanzitutto io suscito odio in rete, questo è un dato acclarato, anche perché donna. La misoginia in rete è una cosa lampante e inquietante. E non è un caso che siano stati soprattutto gli uomini a scagliarsi contro di me. Poi iraniani e filoiraniani che magari si sono sentiti offesi dal mio post e probabilmente a causa della nettezza che ho usato nel raccontare gli episodi che abbiamo subito. Il fatto è che di queste cose non se ne parla, o meglio qualcuno preferirebbe non parlarne. È difficile che una donna racconti le molestie subite.

Secondo alcuni avresti dovuto dare spazio anche alle bellezze dell’Iran…
Ma io ho raccontato sul mio blog personale (non in un reportage su un giornale) quello che ho raccontato a familiari e amici una volta tornata dall’Iran. La durezza, la violenza, le molestie sono state le cose maggiormente di impatto in quel viaggio e hanno sovrastato qualunque altra cosa.

C’è del maschilismo, nella reazione?
Abbiamo rotto il muro di omertà, denunciando molestie che abbiamo subito da uomini, pubblicamente e senza vergognarci, e questo ha scatenato gli istinti più animali dei maschi italiani. Dopo le violenze fisiche in Iran, quelle virtuali in Italia. Forse anche peggiori.

Ricostruiamo un paio di scontri virtuali: la collaboratrice di Repubblica Tiziana Ciavardini ti ha accusata di etnocentrismo…
Ha perso il lume della ragione e il lume giornalistico. Ha commentato: “Ti sei inventata tutto. Il 90% degli italiani ti sbeffeggia”. Mi ha addirittura accusata di non aver fotografato i peni. E allora ho deciso di replicare, raccontando in un altro post quello che succede alle donne in Iran. La Ciavardini on ha mai subito nulla del genere in dodici anni? Felice per lei, ma da qui a mettere in dubbio le molestie che ho subito, ce ne passa.

Il giornalista di RadioRai Ruggero Po, invece, ti ha dato della sgallettata…
Siamo troppo abituati all’insulto. Po è uno stimato conduttore radiofonico della radio pubblica italiana, che peraltro ascoltavo tutte le mattine. Un giornalista del servizio pubblico, di fronte a due giornaliste che denunciano violenze subite, risponde offendendo. Fosse successo alla BBC non avrebbe reagito nessuno? Anche perché, rispetto a un dibattito pubblico che sembra non avere limiti all’insulto, io chiedo che questi limiti ci siano. Uno come Po non può permettersi di esprimersi così. Non voglio essere rappresentata da un servizio pubblico così. Pretendo le sue scuse e gliele chiederò ogni giorno.

Se tornassi indietro riscriveresti tutto?
Certo. È un post sul mio blog personale dove io e Maddalena Oliva denunciamo quello che è successo.

Hai ricevuto molte offese in privato?
In privato arrivano messaggi di solidarietà e vicinanza. Le persone di buonsenso non hanno voglia di mischiarsi nella cloaca virtuale o di essere insultate a gratis da persone che non conoscono nemmeno. Ho ricevuto anche messaggi di donne che mi hanno raccontato episodi di violenza subiti in Italia. E poi sì, qualche iraniano arrabbiato, altri messaggi a sfondo sessuale. Ma qui siamo nell’ordinaria amministrazione, ci sono abituata.

Da destra ti difendono…
La paura della strumentalizzazione politica ha spinto molti ad attaccarmi anche da sinistra. Ho le mie idee, ma non ho paura di raccontare cose che mi succedono perché questo andrebbe contro le mie convinzioni. Raccontare le molestie subite in un paese come l’Iran può essere strumentalizzato da una parte politica. Ma non posso farci nulla, io voglio solo raccontare la verità. In realtà io combatto da sempre l’oppressione delle religioni: della Chiesa cattolica qui da noi, del regime teocratico in Iran, dove una certa idea di religione si è fatta Stato. Non è contro le mie idee perché io sono radicale da sempre.

Torneresti in Iran?
Credo che innanzitutto non mi darebbero più il visto. Ma, sinceramente, in questi anni non ci tornerei. Ho bisogno di smaltire questa esperienza. Sarei ben felice di poterci tornare ma senza aver paura della mia incolumità fisica, altrimenti non è una vacanza.

Rischi di più in Iran o sul web?
Questa è la questione. Ti trovi vittima due volte: lì c’era la preoccupazione dell’incolumità fisica, anche se una volta che abbiamo capito i meccanismi, camminavamo vicino ai negozi, evitavamo il bazaar. Su internet non puoi evitare niente, l’unica cosa è smettere di dire la tua. Ma io mi rifiuto di farlo. Qualche settimana fa una giornalista tedesca ha fatto un discorso bellissimo in diretta tv contro i razzisti: “Noi maggioranza silenziosa siamo stati sempre zitti fino a oggi. Inondiamo il web con le nostre parole civili”. Non lasciamo che siano i violenti a monopolizzare un posto nato per noi, per scambiarci informazioni, per organizzarci politicamente e socialmente e che è diventato una fogna a cielo aperto, anche per colpa nostra. Non dobbiamo più accettare queste violenze, né minimizzare.