copertina_albaniaLe tragedie dell’immigrazione riportano all’attualità la questione delle mafie straniere, cresciute intorno ai nostri confini, terrestri e marittimi, soprattutto grazie al traffico di esseri umani e di droga. In “L’aquila e la piovra – Un poliziotto italiano in missione in Albania” (Edizioni CentoAutori, 319 pagine, 16,50 euro), Gianni Palagonia svela il dietro le quinte delle attività delle nostre forze dell’ordine in Paesi caldi. Palagonia è il “nome falso di un poliziotto vero” che ha già all’attivo due romanzi, in realtà esperienze di vita vissuta in cui nomi e circostanze sono alterate quanto basta per garantire la necessaria riservatezza. Senza concedere nulla a preziosismi stilistici Palagonia, siciliano, investigatore protagonista nella realtà di delicate inchieste antimafia e antiterrorismo, offre un racconto in presa diretta della sua esperienza nell’ufficio di collegamento tra polizia albanese e italiana a Tirana negli anni 2000. Leit motiv del libro è il classico dilemma dello sbirro tra rispetto delle regole e necessità di portare a casa risultati. O, più semplicemente, di evitare un omicidio annunciato, con gli scarsi margini di manovra sanciti dai protocolli bilaterali e dal divieto di portare armi in un Paese dove negli anni Novanta sono state saccheggiate le caserme e non sono pochi quelli che conservano in casa un Kalashnikov.

Naturalmente Palagonia si imbatte in tragiche storie di emigrazione, viste con gli occhi degli altri. Come le croci bianche intorno alla chiesa di Blinshit – tra le montagne del Nord, la parte più povera dell’Albania – dedicate alle “ragazze smarrite di Zadrima”. Cioè le ragazze rapite dai trafficanti per essere avviate alla prostituzione in Italia, di cui i familiari non hanno saputo più nulla. Il che ci ricorda dolorosamente che a volte i temuti barconi dell'”invasione” sono trainati più dalla domanda che dall’offerta. Ma non è questo l’unico business criminale tra le due sponde dell’Adriatico. Il poliziotto-scrittore racconta una rocambolesca indagine su uno dei più importanti trafficanti di droga albanesi, in contatto con la ‘ndrangheta, agganciato in palestra dalla squadretta di investigatori italiani e inzeppato di “cimici” in occasione di un suo viaggio in Italia. Anche qui i nomi sono finti, tranne uno, quello di Borgo Montello. A sopresa, questa piccola frazione del Comune di Latina è l’unica meta del viaggio del trafficante, oltre alla visita a una società che si occupa, guarda un po’, di impianti eolici. Borgo Montello è la sede della seconda discarica di rifiuti del Lazio, intrisa di veleni e misteri. Poi ci sono i criminali disorganizzati, ma pericolosi lo stesso. Come l’albanese residente in italia che via sms annuncia a un amico di essere tornato in patria a uccidere “quella puttana” della sue ex, colpevole di essersi trovata un altro un po’ troppo presto, dando adito al sospetto di corna pregresse. La ragazza in questione ringrazierà le intercettazioni telefoniche.

E’ la dura legge del Kanun, il codice d’onore tradizionale che regola in modo drastico le questioni d’onore e le vendette di sangue e priva le donne di qualunque diritto (eredità compresa). Palagonia racconta un’Albania dove il Kanun offre la griglia di “valori” alle organizzazioni criminali, la corruzione è capillare – la mazzetta è necessaria anche per ottenere le minime cure in ospedale -, politici e mafiosi vanno a braccetto, i poliziotti integri finiscono disoccupati, per chi ha le amicizie giuste la legge è un optional e la maggioranza degli onesti fa sforzi eroici per resistere e sopravvivere. E ‘ citato anche un ministro che viaggia su una “Mercedes rubata in Germania” con due mafiosi come guardaspalle, ma il “protocollo” in casi come questi non prevede interventi da parte dei nostri agenti. Di fronte a questa Albania il poliziotto italiano si stupisce. Ma fino a un certo punto.

LA FRASE. “Il controllo non lo vuole nessuno perché sarebbe una perdita enorme di denaro che serve comunque a muovere l’economia di un’intera nazione e a fare arricchire i soliti noti”.