Non sono d’accordo con Stefano Feltri perché la realtà che emerge dai numeri che cita fotografa solo i contorni di una questione complessa, la disoccupazione giovanile e il disastrato mercato del lavoro italiano, individuando nella scelta stessa di conseguire una laurea umanistica un fattore che aggrava la già difficile situazione degli young italians.

Stefano dice che i dati sono impietosi con le facoltà ‘fuori mercato’, e sul dato quantitativo ha ragione ma gli studi in storia o filosofia, a parte l’insegnamento, hanno tanti altri sbocchi non immediatamente codificabili (o codificati). Che al mercato, magari, non interessano ma che esistono e non sono meno importanti.  Gli altri laureati non ‘sanno meno’ o hanno ‘meno capacità’ di quello che esce da Economia alla Bocconi, vivono semplicemente un’esperienza diversa, più tortuosa, con tracciati meno delineati e definiti.

No, l’argomento che i percorsi umanistici o politico-sociali sarebbero solo facili trastulli per ricchi scansafatiche sottovaluta il grado di adattabilità e di consapevolezza di chi intraprende questi studi ma soprattutto l’impostazione analitica e la cultura generale che si apprendono. In un’epoca cosi complessa c’è bisogno, forse, più di ottimi generalisti che sanno leggere ed interpretare la realtà, preparati e adattabili a circostanze che mutano continuamente che non di un esercito omologato di professionisti dei numeri, docili e un pò troppo conformisti. L’argomento che la strada umanistica sarebbe un costo per la collettività a causa delle alte percentuali di disoccupati, poi, racconta solo un aspetto, trascurabile tra l’altro, della realtà: spesso e volentieri, laureati in storia, filosofia o scienze politiche li trovate al bancone del bar, nei call center oppure a svolgere tante altre mansioni generiche mentre cercano di plasmare il loro tempo libero e trasformarlo in un lavoro; d’altronde l’idea che le attività senza un ritorno economico, utili come infrastrutture culturali (e materiali) per future attività, siano solo perdita di tempo senza valore, è tipicamente italiana.

Il paradigma del lavoro retribuito in un Paese dilaniato dalla burocrazia ottocentesca, dalla disoccupazione, dall’evasione e privo di ammortizzatori sociali, suona quasi come una beffa. Per gli economisti, insomma, il tempo impiegato nella formazione personale e nell’aggiornamento in periodi di non-occupazione, sarebbe disoccupazione. Mi verrebbe quasi da dire: non siamo più negli anni ’60 e come in molti Paesi del nord Europa, il tempo non retribuito viene oggi considerato a tutti gli effetti ‘lavoro’. Forse il problema non sono i titoli di studio ma una visione un pò arcaica del concetto stesso di lavoro che la mummificata società italiana difende nonostante il mondo vada avanti.

D’altronde il problema, visto al mio personale microscopio,  appare rovesciato rispetto allo schema proposto da Stefano Feltri: cause del disastro economico sono la struttura sociale classista del Paese, l’ascensore sociale rotto e l’assenza di opportunità ed investimenti, non il corso di studi scelto. L’Italia ha una tradizione di importanza planetaria per ciò che concerne la cultura umanistica eppure scegliere storia o scienze politiche sembra diventato qualcosa di cui vergognarsi o di cui dover rendere conto alla società.

Io, da generalista in giro per l’Europa da un pò, vedo più in là: in Italia non esistono prestiti per gli studenti e non esiste un accesso generalizzato al credito; inventarsi percorsi personalizzati è – di fatto – disincentivato, al di là delle chiacchiere dei politici, con lo scopo di garantire posizioni acquisite. In Olanda, dove vivo, Paese che non perdo occasione per criticare, tutti sono freelance o micro imprenditori e il periodo da Vrijwillinger ovvero da volontario che tutti gli ex studenti affrontano per acquisire contatti ed esperienza per la loro futura attività, non viene bollato come “limbo della disoccupazione” ma come periodo formativo indipendente.

Nei Paesi Bassi si inizierà a sperimentare il reddito di cittadinanza proprio per questo motivo: convinti che i graduati in humanities abbiano vita più difficile dei colleghi ‘sul mercato’, ma che le loro attività siano fondamentali per lo sviluppo della società nel suo insieme, le istituzioni stanno cercando un modo per non buttare via il pupo con l’acqua sporca. Non c’è lavoro? Bisogna aiutare i giovani ad “inventarlo” non dir loro “lasciate perdere altrimenti diventate un costo sociale”. Stefano prende come esempio il suo personale  investimento di 50mila euro che gli ha consentito di centrare  l’obiettivo di diventare giornalista presso una grande testata; un ottimo risultato, è vero  ma anche in questo caso la storia è molto più complessa. Esiste una sola strada per diventare giornalisti? E nel 2015 lavorare per una testata nazionale italiana è davvero l’unico modo per fare giornalismo? L’esperienza mi suggerisce di no. Venire assunti da una testata non è il solo modo di fare giornalismo: oggi, illustri esempi all’estero,per esempio l’olandese De Correspondent, ci indicano che buona volontà, competenze e l’ambiente giusto possono fare miracoli. E se ciò vale per il giornalismo vale allo stesso modo anche per altri ambiti.

Le vicende personali di ognuno sono uniche ed irripetibili, come si fa a parlare solo in termini economici? L’ambito umanistico vive tassi di disoccupazione media molto elevati  perchè si tratta di un ambiente difficile da inquadrare e da leggere nella sua interezza, con le lenti degli analisti economici: il curriculum di studi, infatti, è in questo caso appena il primo passo e spesso neanche il passo più importante. Ma anche ammesso si consideri il titolo di studio in termini più utilitaristici (tanti soldi, vita felice) non sta scritto da nessuna parte che lo sbocco naturale del percorso universitario sia lavorare in azienda o “fare carriera”; la realtà delle startup e l’atomizzazione del mondo imprenditoriale suggerisce invece che il terreno più fertile oggi sia quello delle minuscole attività tecnologiche in proprio, ossia l’opposto del cercare di sedurre le aziende convincendole di essere il meglio del meglio (chi stila poi, la scala meritocratica assoluta non è dato sapere ma questo è un altro discorso).

E nel mondo delle startup, vista la varietà e quantità dei progetti non sono solo i “geek” a farla da padroni: conoscenza e creatività trovano in questo microcosmo uno spazio dove chiunque può lavorare con la propria nicchia di sapere. Il problema quindi non è formalisticamente parlando il titolo del corso di studi, i “posti di lavoro” disponibili ma lo stesso modello di vita che ognuno di noi segue; che non può essere uguale per tutti e in una società individualista come la nostra, anzi, tende a rompere schemi cinesi per cercare un nuovo equilibrio che rispetti un pò più le passioni e le attitudini di ognuno.

Per concludere: la storia non è ancora scritta, quindi è un diritto di tutti studiare ciò per cui si è portati e un dovere farlo se ci si crede. Una comunità istruita non è un costo ma una risorsa, un investimento affinché errori e orrori del passato abbiano meno possibilità di ripetersi. I veri costi per la collettività sono quelli sociali del liberismo senza correzioni e dei servizi pubblici privatizzati non quelli di una libera scelta fatta con ostinazione anche laddove non ha (apparentemente) logica né futuro.