Simon Kuznets, premio Nobel nel 1971, già nel 1934 metteva in guardia sulla limitatezza del Pil nel definire il benessere di una nazione. D’altronde, come ben sottolineò Robert Kennedy, nel 1968, “Il PIL comprende l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana… […] Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro istruzione e della gioia dei loro momenti di svago. […] Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell’equità dei rapporti fra noi. […] Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta”.

Il Pil, come noto, misura la quantità delle transazioni monetarie registrate in un paese. Guardiamo al ranking globale 2014.

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In base a questo tipo di tabella, viene premiato un paese come l’Italia, che, quanto a libertà di stampa, occupa solo il 73° posto, in base ai dati di Reporters without frontiers.

Le principali criticità del concetto tradizionale di crescita e dei parametri impiegati per “quantificare” il benessere di un popolo vengono affrontate in un libretto scritto dal fisico Fritjof Capra e da Hazel Henderson.

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Il punto di partenza del testo, è quello di sgomberare il campo dall’illusione che “su un pianeta limitato sia possibile una crescita illimitata”. Materialismo e avidità sono i pilastri del nostro sistema economico. “Gli economisti che si rifiutano di includere nelle loro teorie i costi sociali e ambientali delle attività economiche riaffermano l’illusione di una crescita perenne”. Gli autori sostengono sia indispensabile passare da un concetto di crescita illimitata a un sistema che sia ecologicamente sostenibile e socialmente equo. “La crescita è una caratteristica della vita”. Con un vivace approccio multidisciplinare, che spazia dall’economia alla biologia e alla fisica, il libro guarda al modo in cui la natura articola la sua “crescita”. “Mentre alcune parti degli organismi o degli ecosistemi crescono, altre decadono, liberando e riciclando le proprie componenti che a loro volta diventano risorse per una nuova crescita”. La “centralità delle quantità” della scienza galileiana ha più recentemente dovuto dar spazio allo “sviluppo di una concezione sistemica della vita, che presenta molte similitudini sorprendenti con la visione di Leonardo di cinquecento anni fa”. Per esempio, colore, suono, gusto, odore e persino simmetria, rilevantissima per la teoria dei sistemi, sono qualità, non quantità, “che nascono da processi e modelli relazionali tra le parti”.

L’Onu, dal 1990, ha lanciato un Indice dello Sviluppo Umano (HDI), che tiene conto di altri parametri come inclusione sociale, povertà salute, istruzione. Al di là della mera quantificazione dei flussi di cassa, che non tengono conto di patrimonio culturale, sociale ed ecologico.

In questa graduatoria, i primissimi posti sono occupati da Norvegia, Australia, Svizzera. L’Italia scivola al 26° posto. Il regno Unito al 14°. La Russia addirittura al 57°. Mentre l’Uruguay di Mujica è alle soglie del mondo che ha la miglior qualità della vita, pur non avendo un PIL entusiasmante. Dopo anni di scelte coraggiose e controtendenza.

La sfera della biologia tiene conto dei parametri numerici, ma anche degli aspetti qualitativi. Salvo nefande eccezioni. “Un esempio istruttivo è quello della crescita rapida delle cellule cancerogene, che non riconosce confini ed è insostenibile perché le cellule cancerogene muoiono quando muore l’organismo ospite”. Analogamente a una crescita economica quantitativa illimitata su un pianeta limitato, come il nostro.

Gli autori offrono una bella definizione: “La crescita economica qualitativa può essere sostenibile se prevede un equilibrio dinamico tra crescita, declino e riciclo, e se include inoltre uno sviluppo in termini di apprendimento e maturazione”. Intendendo, per sviluppo, un processo che abbraccia non solo le dimensioni economiche ma anche sociali, ecologiche e spirituali.

Viene contrapposta la “crescita cattiva”, che amplia servizi e processi che “esternalizzano costi sociali e ambientali che sono basati sui combustibili fossili, hanno a che fare con sostanze tossiche, esauriscono le nostre risorse naturali e degradano gli ecosistemi del pianeta”, alla “crescita buona”, che “è una crescita di servizi e processi di produzione più efficienti che internalizzano completamente i costi, che comprendono energie rinnovabili, emissioni zero, riciclo continuo delle risorse naturali e i l risanamento degli ecosistemi della Terra”.

Fare dell’arretratezza di diverse aree del sud Italia, lo stimolo e l’occasione per generare uno sforzo di “crescita qualitativa” potrebbe essere la grande chance per generare vero benessere senza inseguire le chimere di una crescita avulsa e cattiva, valorizzando le peculiarità e le potenzialità del nostro territorio, senza violentarlo.

Agricoltura biologica, agglomerati ecologici di industrie diverse, in cui i rifiuti dell’una possano essere risorse per l’altra, ciclo continuo delle materie prime tra produttori e consumatori, diffusione di edifici che producono un surplus di energie e conversione alla mobilità elettrica o plug-in sono alcune delle strategie proposte. Con un approccio necessariamente “bottom-up”, ossia dal basso verso l’alto, il cambiamento potrebbe crearsi anche da noi. La modifica dei sistemi fiscali, sarebbe invece proponibile a livello comunitario, spostando la pressione fiscale dai redditi e dalle buste paga alle forme di inquinamento, alle fonti energetiche non rinnovabili, spingendo gradualmente fuori mercato i modelli di consumo dannosi. Un approccio sistemico per affrontare problemi sistemici profondamente interconnessi e interdipendenti. Crescita qualitativa, appunto.