Il 4 agosto la Conferenza di Servizi della Provincia di Forlì-Cesena ha concluso il riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale dando parere favorevole per la trasformazione della classificazione dell’inceneritore di Forlì gestito da Hera (già industria insalubre di 1a classe A) da D10 (smaltimento a terra) a recupero energetico (R1). Questa modifica consentirà l’aumento di portata dell’impianto, il trattamento rifiuti speciali e di rifiuti urbani provenienti da tutta Italia in barba ai precedenti vincoli che consentivano l’incenerimento massimo di 120.000 tonnellate/anno di rifiuti urbani della sola provincia e vanifica l’impegno degli amministratori di ridurre la portata dell’impianto a fronte di un contestuale aumento della raccolta differenziata.

In concomitanza con questa decisione si sono registrate le immediate dimissioni dell’assessore all’Ambiente, Alberto Bellini che dal 2009 si era impegnato per promuovere la raccolta domiciliare e ridurre la quantità di rifiuti da incenerire. Quanto successo il 4 agosto a Forlì non è certo un caso isolato ma un esempio paradigmatico di quanto si sta registrando un po’ in tutta Italia “grazie” alle innovazioni dello “Sblocca Italia” che, specie all’art.35, hanno spianato completamente la strada all’incenerimento dei rifiuti.

Tutto questo appare nettamente in contrasto con ciò che le norme europee (Direttiva quadro 2008/98/CE) hanno da tempo delineato, stabilendo una precisa gerarchia per una corretta gestione dei rifiuti. Tale direttiva è stata recepita in Italia con il D.Lgs 205/2010, in cui in particolare l’Articolo 179, al comma 1, si stabiliscono le priorità secondo cui deve essere gestita qualsiasi frazione merceologica dei rifiuti: prevenzione; preparazione per il riutilizzo; riciclaggio; recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia; smaltimento.

Il legislatore ha voluto comunque chiaramente sancire la priorità del recupero di materia rispetto al recupero di energia affermando che: “nel rispetto della gerarchia del trattamento dei rifiuti le misure dirette al recupero dei rifiuti mediante la preparazione per il riutilizzo, il riciclaggio o ogni altra operazione di recupero di materia sono adottate con priorità rispetto all’uso dei rifiuti come fonte di energia”. Ciò è perfettamente logico se si considera l’analisi del ciclo di vita dei vari materiali o Lca (Life Cycle Assessment) che dimostrano come il risparmio in termini di consumi energetici ed emissioni inquinanti delle operazioni di riciclaggio e recupero di plastiche, alluminio, acciaio, carta etc. sia estremamente più vantaggioso rispetto alla loro produzione ex-novo.

Del resto è sotto gli occhi di tutti che incenerimento e gestione virtuosa dei rifiuti sono antitetici perché è ovvio che per ammortizzare i costi imponenti di costruzione di un inceneritore deve essere garantita per decine di anni una congrua quantità di rifiuti da bruciare. Tutto questo in barba ancora una volta agli obiettivi previsti per la raccolta differenziata ed al fatto che il nostro Paese si collochi fra i 12 peggiori (Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Italia, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia, Romania e Slovacchia) per gestione dei rifiuti urbani fra i 27 dell’Ue Paesi con punteggio inferiore alla media. Per non parlare delle multe a noi comminate – in particolare per la cattiva gestione dei rifiuti in Campania – che ammontano ormai a diverse centinaia di milioni di euro.

Per quanto poi riguarda l’impatto ambientale e sanitario degli inceneritori esiste ormai una corposa letteratura scientifica prodotta sia nel nostro Paese che a livello internazionale: nessuno può negare che dalla combustione dei rifiuti vengano emesse sostanze tossiche e cancerogene: ossidi di azoto e di zolfo, polveri fini e ultrafini, diossine, furani, idrocarburi policiclici aromatici (Ipa), metalli pesanti (cadmio, arsenico, berillio, nickel) che sono comunque pericolosi anche se a basse dosi, anche se “entro i limiti di legge”, nonché enormi quantità di scorie, ceneri e fanghi.

Le popolazioni che vivono e/o lavorano nei pressi degli inceneritori, anche se di ultima generazione, sono soggette ad una maggior mortalità e/o incidenza di patologie, in particolare tumori, come riscontrato di recente anche a Vercelli, malformazioni, alterazioni degli esiti riproduttivi umani (maggior incidenza di aborti spontanei, di nati pretermine e basso peso), contaminazione della catena alimentare.

Possiamo davvero pensare che, per miracolo, una volta che inceneritori, in precedenza classificati come “industria insalubre di I classe” sono stati riconvertiti in “insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell’ambiente“ tutto questo non accada più? E le centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti che viaggeranno su camion su e giù per l’Italia contribuiranno al miglioramento della qualità dell’aria che respiriamo?