C’è il morto: un giornalista, ma travestito da Mandrake. C’è l’investigatore, un ex poliziotto ma ora agente immobiliare. C’è la polizia corrotta, ma anche il commissario onesto. Gli ingredienti del giallo, insomma ci sono tutti, compresi una trama avvincente e un finale travolgente. Ma etichettare come giallo l’ultimo romanzo di Alberto Riva, Il samba di Scarlatti (Mondadori) sarebbe davvero riduttivo. Perché è, prima di tutto, un ritratto e una dichiarazione d’amore. Non a una donna ma a una città e alla musica che le gira intorno: Rio de Janeiro e il samba, “un pianto che si ride” come l’ha definito il grande scrittore Jorge Luis Borges.

L’autore vi ha vissuto a lungo, lavorando come corrispondente per diverse testate italiane e dando libero sfogo alla sua passione per la musica (apprezzato critico jazz, è autore di Note necessarie, una biografia del grande trombettista Enrico Rava) che lo ha portato a produrre Carioca, uno degli album di maggior successo del suo amico pianista Stefano Bollani (con il quale ha scritto anche un libro che s’intitola, guarda caso, Parliamo di musica). Tutto questo per dire che la metropoli dove si snoda l’indagine, ma anche la vita, di Franco Scarlatti, l’agente immobiliare investigatore, non è la solita Rio da cartolina ma un luogo di struggente bellezza e grande degrado, di profumi e miasmi, di favelas con una vista mozzafiato più di qualunque hotel a cinque stelle e di grandi alberghi pieni di gentaglia.

Del Carnevale più famoso del mondo, naturalmente, che non è solo la sfilata delle scuole di samba nel Sambodromo ma una sorta di catarsi collettiva “dove lasci una persona e ne trovi un’altra” come dice Riva. E di strade, sempre trafficate, dove il protagonista del romanzo si sposta accaldato e sofferente per i postumi di un incidente con un’assurda Panda rosa. “Scarlatti guidava osservando il paesaggio desolato della periferia. Finivano i gommisti, cominciavano i motel con nomi assurdi. Uno via l’altro. Anima e corpo. Baia del sole. Quarto di luna. Passione infinita (…) La città finiva e iniziava una pianura verde circondata da colline finalmente libere dalle baracche. Pareva gridassero di sollievo. Il paesaggio si faceva dolce. Il cielo era blu intenso con qualche nuvola bianca. Poi arrivava il mare”.

Scarfatti, mezzo milanese e mezzo napoletano, carioca d’adozione, è un uomo sanguigno e raffinato, che ama, mangia, beve, ascolta: le donne, i cibi, i vini, la musica. In quei piaceri non trova solo godimento ma ispirazione, che sia l’assolo di Gato Barbieri in Ultimo tango a Parigi (“Era formidabile quel tango che a tratti assomigliava a un valzer: quella musica disorientava, illudeva. Come l’amore, forse”) o lo Stabat mater del suo omonimo settecentesco Domenico Scarlatti che gli suggerirà la chiave di volta nella risoluzione del giallo.

Così, fra cene pantagrueliche preparate dalla cuoca Wanda, visite alla tomba di Tom Jobim, nume tutelare della bossa nova, perlustrazioni in luoghi che in qualsiasi altra città del mondo sarebbero periferia “e solo la strana geografia di Rio, la sua mappa fatta un po’ di realtà e un po’ di sognlibrio si ostina a includere nel centro”, fra pericolose sfide con una malavita contigua alla polizia (o viceversa) e indagini nel mondo degli espatriati italiani, alla fine, insomma, di un viaggio nella città e nei suoi più sordidi segreti Scarlatti trova la verità. Sull’omicidio, certo. Ma anche su di sé. E, forse, sull’amore.