“Mi fa ridere vedermi in Gunman. Sembra una di quelle parodie del web rimontata da un mio amico in final cut dove è stata sovrapposta la mia faccia all’interprete femminile”. Jasmine Trinca gioca ancora con il cinema. Non basta trovarsi a recitare a fianco di mostri sacri come Sean Penn e Javier Bardem. La magia del meccanismo che illumina e ingigantisce viso e corpo formato extralarge lascia ancora a bocca aperta. 33 anni, esordio a 19 con La stanza del figlio di Nanni Moretti, quindi Palma d’Oro a Cannes 2001, Jasmine ha corso veloce verso una carriera inattesa: 17 film in quindici anni con i migliori registi italiani (Taviani, Giordana, Placido, Moretti due volte, Giorgio Diritti).

Nel frattempo il corso di archeologia a La Sapienza, una bimba nata nel 2009 di nome Elsa, e ora un nuovo orizzonte da single che non sembra pesarle troppo: “E’ bellissimo avere un bimbo e dialogarci”. Elsa è in pieno litigio con una compagna di classe e mamma Trinca impartisce lezioni di auto-responsabilità. “Sei già grande”, spiega amorevolmente alla figlia. “E’ una questione che puoi risolvere da sola”, le dice sorridendo. Piccola pausa di lavoro, asilo e casa, dopo l’ultimo film di Sergio Castellitto interpretato con Riccardo Scamarcio: “Ogni film è un pezzo che resta e Nessuno si salva da solo è rimasto tra lo stomaco e il cuore”. Poi c’è ancora il riverbero tutto adrenalina e fisicità dell’action movie hollywoodiano, dove recita per la prima volta in inglese: quattro mesi di set tra Londra e Barcellona e quasi un anno dopo qualche settimana addizionale in Sudafrica. “Impegnativo e molto diverso da ciò che ho fatto fino adesso”, spiega la ragazzina romana che sembra davvero cresciuta. “Un enorme dispiego di mezzi e persone sul set. Poi il timore reverenziale verso Penn. Ha davvero un’immagine di sé molto forte. Quella dell’antieroe sensibile e fragile come spesso vedi al cinema nei film che interpreta. Simpatico e dolce, ma a volte lo soffrivo per la sua esigenza. In fondo il regista Pierre Morel stava, come dire, molto dietro la macchina da presa per le scene d’azione; mentre Penn era invece più attento a costruire il suo personaggio e a perfezionarlo con gli altri attori”.

Un esordio americano molto “politico” per un’attrice che di film impegnati ne ha interpretati parecchi. “Penso che i titoli più politici della mia carriera siano Il Caimano, perché anticipa e viene affrontata di petto un’idea di mondo che Berlusconi ci stava proponendo; e Miele, perché non si parla solo di eutanasia, ma perché è politico rendersi conto del dolore. Film come Il grande sogno sul ’68, o La meglio gioventù, li reputo più dei racconti storici”. E’ qui che Jasmine Trinca prende una pausa e fa una breve digressione analitica sulla realtà che ci circonda, lo sguardo dell’artista che si ricompone come coscienza politica: “Non è solo la scarsa valorizzazione economica della cultura che ne dà chi ci governa a preoccuparmi. Se penso alla scuola, all’istruzione pubblica del nostro paese che funziona sul serio, e che in Italia è più avanti che in altri paesi: vedere il ministro Giannini, e altri omologhi prima di lei, smantellarla lo trovo osceno”. Certificato di presenza nel quotidiano, nonostante le stelle cinematografiche, pragmatismo assoluto della ragazza che all’esordio da 19enne non sognava di certo l’effimero: “Si sta smantellando tutto lo stato sociale. Una grande conquista morale di equità. Ora c’è la rincorsa anche in Italia verso modelli scellerati. Non possiamo permetterci che le persone deboli, senza possibilità economiche rimangano indietro. Questa selezione naturale che va tanto di moda mi fa schifo. Siamo un collettivo ricordiamocelo sempre”.

Chissà se nel tempo Jasmine rimarrà così limpida e grintosa, così forte e risoluta. I suoi ruoli trasudano impegno e istinto recitativo, mimetizzazione mentale e fisica, attraversano epoche delicate  e circostanze sensibili, ed alcuni sono già tracce della memoria del cinema italiano: “Vorrei lavorare con Gianni Amelio e Marco Bellocchio. Anche con Francesco Munzi. Anzi che dico, vorrei lavorare soprattutto con Matteo Garrone. Lui ha più di chiunque altro uno sguardo speciale e personale. Non ho ancora visto Il Racconto dei racconti, ma sarà un fantasy che avrà sicuramente qualcosa ‘dentro’ che altri non hanno”. Poi è il turno del pigmalione Moretti, che l’ha scelta in mezzo a centinaia di provinanti: “Non era il mio desiderio fare l’attrice, ma Nanni mi ha cambiato la vita: mi ha insegnato e mostrato molte cose, mi ha aperto la testa in un certo modo. La mia gratitudine per lui rimarrà sempre anche se di fronte alle scene di sesso e violenza in Gunman probabilmente chiuderà gli occhi. Spero che oggi sia fiero di me”. Manca, infine, come molte colleghe e colleghi attori, la possibilità di scrivere e girare un film proprio, come la grande amica Valeria Golino: “Chissà, magari non farò l’attrice tutta la vita; però penso che le cose vadano dette se si ha qualcosa da dire. Altrimenti è meglio tacere”.