Ieri sera, guardando la prima parte di Virus, il talk show politico condotto da Nicola Porro, sembrava di assistere al sequel di 1992 – La Serie, con un salto in avanti di un paio di anni: 1994 – La Serie. Non da un’idea di Stefano Accorsi, stavolta, ma di Silvio Berlusconi, il fu Cavaliere, fu presidente del Consiglio, fu senatore, il fu. Appunto. Berlusconi ha sgranato il solito Rosario sui giudici di sinistra, la Corte costituzionale di sinistra, i presidenti della Repubblica di sinistra. Un repertorio trito e ritrito, una “copia di mille riassunti” che è sembrata fuori tempo massimo. E il paradosso è che si tratta dello stesso Silvio Berlusconi che ormai vent’anni fa aveva rivoluzionato il linguaggio politico in televisione, con una padronanza del mezzo decisiva nella raccolta del consenso elettorale.

Ma Berlusconi oggi è un leader politico ai margini, e soprattutto è un uomo di settantotto anni che ha perso il contatto con i nuovi strumenti e i nuovi modi di comunicare la politica. Ultimamente Francesca Pascale sta provando a svecchiare l’immagine dell’attempato compagno con una operazione simpatia sui social network. Da pochi giorni Berlusconi è sbarcato su Instagram, come una Chiara Ferragni qualsiasi, con tipiche immagini acchiappalike: il Caro Leader con cagnolino, il Caro Leader che segue la performance de Il Volo all’Eurovision Song Contest, backstage di interviste e interventi televisivi. Ma il Nostro sul web non ingrana come spererebbe: 29mila seguaci su Instagram sono effettivamente pochini per un uomo di tal guisa.

Tornando alla lunga chiacchierata di ieri sera con Porro, Berlusconi è sembrato anacronistico per linguaggio e stile. Se nel 2015 l’ex presidente americano Bush diventa “Giorgio” come per preservare l’italiano idioma come nel Ventennio, evidentemente c’è qualcosa che non va. Per non parlare poi dei cammelli regalati da Gheddafi e ancora da ritirare allo zoo di Tripoli o la frase che ha fatto sobbalzare più di qualche telespettatore e che non ha bisogno di commenti: “Nessuno poteva guidare la Russia in maniera più liberale di Vladimir Putin”. E che vuoi dire a un uomo così? Ma la cosa più grave, visto che parliamo del tycoon Berlusconi e non di un grigio burocrate poco avvezzo al messo, è che è sembrato prolisso, per nulla incisivo, ripetitivo, stanco. Che il giocattolino mediatico dell’ex Cavaliere si fosse rotto da tempo era già cosa nota. Ma l’effetto di ieri sera è stato francamente imbarazzante.

Soprattutto se pensiamo che la seconda parte di Virus ha invece ospitato il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Un confronto impietoso dal punto di vista dell’efficacia comunicativa, con un Renzi persino più smargiasso del solito, carico a pallettoni, battutista come nemmeno il Silvio dei tempi d’oro. Ammicca, sfrutta gli assist di Porro, ironizza su Bindi e sindacati fingendo di non voler stare al gioco, duetta con il conduttore come Berlusconi con Vespa. Non è un paragone politico e di contenuti, il nostro, ma di comunicazione televisiva. Matteo Renzi è l’esplosione “webbarola” del Berlusconi anni Novanta. Un mix letale di cara vecchia tv fatta come si deve e presenza massiccia e ragionatissima sui social network. Se nel 1994 Berlusconi avesse avuto a disposizione Twitter, Facebook, YouTube, Instagram e tutto il cucuzzaro, probabilmente oggi Renzi ci sembrerebbe già visto. Ma il tempismo, anche quando non dipende da noi ma dai tumultuosi rintocchi del progresso tecnologico, in politica è tutto. E oggi Matteo Renzi può permettersi il lusso di stracciare a distanza il suo nemico-amico Silvio proprio sul suo campo, quello della comunicazione. Televisivamente, l’epoca berlusconiana è finita da quel dì, e ieri ne abbiamo avuto una prova ulteriore e schiacciante. Manca solo una colonna sonora triste triste, tipo film di Charlie Chaplin, per accompagnare efficacemente il viale del tramonto dell’uomo che ha inventato la tv commerciale in Italia e che oggi, in tv, sembra un politico doroteo ospite di una Tribuna politica degli anni Sessanta.