Si è quasi rotto l’osso del collo, come dice lui, ma è arrivato agli ultimi 100 metri e non farà come Dorando Pietri. Il peggio è passato, secondo Matteo Renzi, che vede ingrandirsi all’orizzonte il suo obiettivo più grande: la legge elettorale, quello che gli altri (di destra, di sinistra, tecnici) non hanno mai fatto in 10 anni, per incapacità o mancanza di volontà. Le riforme potrebbero finalmente avere un certificato di nascita nella serata del 4 maggio, quando l’Aula della Camera – dopo le ultime 11 ore di dibattito – voterà per l’ultima volta su quel testo. Le ultime resistenze – interne ed esterne – sembrano servire solo ai fotografi e alle colonne dei giornali del giorno dopo: pensare che Enrico Letta è il più deciso, paragona Renzi a Berlusconi perché si fa la legge da solo e dice che l’Italicum è parente stretto del Porcellum. Anche per questo il leader del Pd sembra voler evitare di camminare sulle macerie, come gli contestano, perché ormai gli unici brividi sono declinati al passato: “Schiaccia la testa agli elefanti di partito” lo aizza un simpatizzante alla festa dell’Unità di Bologna, “Noi non schiacciamo la testa a nessuno – risponde lui – ma non molliamo”. Poi vede Cuperlo e gli dice: “Benvenuto a casa tua”. Della serie: sono loro che fanno la guerra a me, non il contrario.

All’improvviso il capo dell’opposizione è diventato Enrico Letta, che d’altronde Renzi ha sbattuto fuori da Palazzo Chigi appena ha potuto. Letta voterà contro la legge elettorale sostenuta dal suo partito perché non condivide “metodo, percorsi, contenuti”, cioè niente. Secondo l’ex presidente del Consiglio l’Italicum “abbiamo un parente stretto del Porcellum”. “Questa fase – spiega Letta a In Mezz’ora di Lucia Annunziata – a me non piace, è una fase che porta l’Italia, il centrosinistra su percorsi… Ormai abbiamo sancito che chi ha la maggioranza fa le regole per tutti“, aggiunge Letta sottolineando come domani si avrà “l’immagine di una maggioranza che si approva la legge elettorale da sola, con opposizioni che non ci saranno o non voteranno. E lunedì quello che capita, capita tenendo conto del fatto che maggioranza alla Camera è così larga per via del premio sproporzionato del Porcellum”. Insomma si è fatta la stessa cosa “di quello di cui accusammo Berlusconi con il Porcellum, cioè una legge elettorale fatta a maggioranza“. Per Letta “è assolutamente fondamentale la linearità e la coerenza” e butta lì quelle due parole facendo intendere che qualcuno la linearità e la coerenza non ce le ha. “Oggi il Pd sta facendo esattamente la stessa cosa” di quello che fecero “Berlusconi e Calderoli“. L’ex capo del governo esprime il desiderio che quella riforma non sia mai approvata e firmata, anche se non si scandalizzerà se il presidente della Repubblica Sergio Mattarella darà l’ok perché è una “valutazione sulla costituzionalità della legge” non sull’ opportunità politica.

C’è chi pensa che questo di Letta, soprattutto ora che ha deciso di esiliarsi a Parigi, sia solo il canto del cigno, così come le altre iniziative della minoranza Pd. Il voto di lunedì sera rischia di sancire non la crisi del renzismo, ma il suo rafforzamento, almeno dentro il Parlamento. Pensare che a dirlo non è stato nemmeno uno del Pd, ma Beatrice Lorenzin, il ministro della Salute, più renziana del premier: “Il risultato ottenuto – ha scandito al Messaggero – ha rafforzato il governo”. La minoranza del Pd, infatti, nel frattempo è diventata minoranza della minoranza, come da timbro dei tre voti di fiducia nei quali 50 deputati su 70 se ne sono fregati di quella specie di Aventino fatto male di Bersani e Speranza e sono passati sotto la presidenza della Camera a pronunciare il loro “sì”.

Ancora peggio potrebbe andare alle altre opposizioni, quelle parlamentari. Secondo l’agenzia Lapresse Movimento Cinque Stelle, Lega Nord, Sel e Forza Italia non vorrebbero chiedere nemmeno lo scrutinio segreto nel voto finale, dopo che per settimane lo hanno agitato come l’arma nucleare. “Lo scrutinio segreto non è stato ancora chiesto e di per sé non è obbligatorio. Se verrà chiesto i nostri voti aumenteranno, perché i deputati di Forza Italia e i miei amici di M5s voteranno per la riforma” diceva tre giorni fa Ettore Rosato, vicecapogruppo vicario del Pd a Montecitorio e possibile successore di Roberto Speranza (le cui dimissioni sono state l’acme della sua battaglia). Il deputato democratico spiegava meglio: “Brunetta è in imbarazzo – ha proseguito – ed è indeciso se chiederlo: se lo farà molti suoi deputati voteranno per la legge, ma se non lo chiederà alcuni di Forza Italia non parteciperanno al voto. Il problema è solo loro”. Così ora grillini, leghisti, vendoliani e forzisti stanno pensato a un possibile Aventino, come era già avvenuto in commissione e infatti la riforma elettorale era passata come un treno. Ad ogni modo in mattinata, prima della seduta in programma alle 12, i gruppi parlamentari si dovrebbero riunire per capire come comportarsi in Aula, unico possibile colpo di scena dell’intera giornata.

Il voto segreto non è affare della minoranza Pd, che “non ha mai chiesto né pensato di chiedere il voto segreto: se possibile sarebbe meglio che anche altri evitassero di chiederlo” dice Gianni Cuperlo che però conferma che non voterà l’Italicum, ma deve ancora pensare se schiacciare il tasto del no o non partecipare affatto. Per Alfredo D’Attorre l’orientamento prevalente nella sinistra Pd è votare contro e non uscire.

L’Italicum, nella lista delle cose da fare, ha le ore contate. Ma ora il problema potrebbe spostarsi al Senato, dove comincerà il suo nuovo giro la riforma dell’assemblea di Palazzo Madama. Lì potrebbero saldarsi gli umori neri della minoranza (o di quel che ne resta) con i tentativi di rialzare la testa degli alleati di governo del Nuovo Centrodestra. La premessa è fissata sul calendario al 31 maggio: se le elezioni regionali per Alfano andranno bene, potrebbe sentirsi più forte e fare la voce un po’ più grossa di quanto non abbia fatto finora. Ma l’Ncd lo dice ormai da settimane: la riforma del Senato va modificata. E il pretesto potrebbero essere le parole che Renzi aveva pronunciato un attimo prima di salire sull’aereo che lo avrebbe portato a salutare Barack Obaama: “Il Senato può tornare elettivo”. Frase che disorientò anche i suoi. Lo stesso Rosato annotò che ormai la norma sulla composizione del Senato non si può più modificare. Marina Sereni aggiunse che non si poteva ricominciare tutto daccapo. Il capo del governo si limitò a precisare che non era una contropartita per uno scambio con la sinistra Pd. Ma non ha smentito quelle parole.

Così ora l’argomento torna di moda. L’ex ministro per le Riforme e ora coordinatore dell’Ncd Gaetano Quagliariello ripete: “Senza scardinare quanto è stato fatto, si possono introdurre cambiamenti sostanziali collegando maggiormente i futuri senatori alla sovranità del popolo e affidando loro funzioni più significative”, “intervenendo sul modo in cui vengono scelti. Anche la riforma del Senato è un ‘Italicum’: non crea fino in fondo una camera delle Regioni e nemmeno una camera di garanzia”. Inutile ricordare che la modifica del ddl Boschi sulle riforme istituzionali è un pallino anche di sinistre varie, compresa quella del Pd, oltre che delle opposizioni (tutte). Eppure potrebbe non bastare. “Sarei stato favorevole al Bundesrat, ma con un altro tipo di legge elettorale – dice alla Stampa Vannino Chiti, uno dei “combattenti” al Senato – Con l’Italicum cambiano le condizioni”. Il Bundesrat non va bene “perché dà rappresentanza ai governi regionali che si esprimono con un voto unitario. Dunque non si compone di gruppi politici, e non ha bisogno di essere eletto dai cittadini. Mentre il Senato che viene fuori da noi, se il testo non sarà modificato, è un pasticcio che, alla luce dell’Italicum, peggiora le cose”.