Diciotto anni e profili social pieni di messaggi in favore della “resistenza islamica”. Sevdet Besim, uno dei cinque adolescenti tra i 18 e i 19 anni arrestati a Melbourne, in Australia, perché stavano preparando un attentato contro agenti di polizia, si era però radicalizzato solo da sei mesi. Un lasso di tempo sufficiente a trasformare la sua bacheca Facebook da vetrina su cui sfoggiare il nuovo smartphone o l’auto dei propri sogni a manifesto dell’Islam radicale. “Questi ragazzi conducono spesso una vita simile a quella dei loro coetanei – spiega a IlFattoQuotidiano.it Alessandro Orsini, direttore del Center for the Study of Terrorism dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata – nella vita di molti di noi arriva, però, un momento in cui alcune certezze iniziano a vacillare e ci scontriamo con un episodio ‘traumatico’, uno shock, un lutto, una sconfitta, una delusione, che ci rende vulnerabili e bisognosi di nuove certezze e strade da seguire. La maggior parte di noi sposa una fede, una passione, una causa sociale. Ma c’è una ristretta percentuale che colma questa mancanza sposando ideologie radicali. Nascono così i foreign fighter o, come preferisco definirli, gli homegrown terrorist, i terroristi cresciuti in casa”. Sevdet Besim e i suoi amici sono gli ultimi di una lunga serie: la loro storia è emblematica di quel microcosmo di adolescenti che sempre più numerosi lasciano l’Occidente per raggiungere la Siria o l’Iraq e combattere sotto il vessillo nero dello Stato Islamico.

Jake Bilardi, 18 anni, concittadino di Besim, non aveva un profilo sui social network pieno di frasi pronunciate dai leader di Al Qaeda o immagini inneggianti il Hizb ut-Tahrir, un’organizzazione politica internazionale sunnita che auspica la nascita di uno Stato Islamico o califfato che unisca tutti i territori islamici. Il giovane ha scritto su un blog i motivi che lo hanno spinto a lasciare Melbourne, partire per l’Iraq e farsi saltare in aria in un attentato kamikaze, a Ramadi. Bilardi, studente al Craigieburn Secondary College, convertito all’Islam nel 2012, dopo la morte della mamma, definiva il suo passato come quello di un giovane “ateo e confuso” e in cerca di una via da seguire, uno scopo a cui dedicare la propria vita. “Volevo diventare un giornalista politico – scriveva -, volevo raccontare i conflitti in Afghanistan, Iraq, Libia. Quando poi ho letto e studiato le motivazioni che alimentavano i gruppi jihadisti, ma anche le gang sudamericane o messicane, ho capito che avevano tutte un elemento in comune: combattevano contro una potenza oppressiva”. Entrato in contatto con i reclutatori dello Stato Islamico su alcuni forum, dopo essersi convertito, Bilardi ha deciso così che era quella la sua strada: quella del martirio.

La volontà di dare uno scopo alla propria vita in un momento di disorientamento deve aver convinto i sette ragazzi di Lisleby, distretto di Fredrikstad, nel sud della Norvegia, in cui vivono circa 6mila anime, a partire per la Siria e unirsi allo Stato Islamico. Nel piccolo paese alla foce del fiume Glomma, dove si vive grazie all’industria del legname, Torleif Sanchez Hammer, 23enne di origine filippina, passava molte delle sue giornate a fumare marijuana con i suoi compagni, passatempo che gli era costato qualche guaio con la polizia locale, senza però dare mai l’impressione di essere pericoloso. Poi i party sono finiti. Basta col fumo e con l’alcol: Sanchez Hammer e i suoi 6 amici si sono convertiti e radicalizzati, fino a decidere di partire per il jihad. “Improvvisamente non ci hanno più dato problemi – ha raccontato uno dei poliziotti locali al New York Times – e noi eravamo contenti di questo. Non li consideravamo ragazzi pericolosi, l’unica cosa che avevano in comune è che non riuscivano a integrarsi nella società”.

E il “punto di rottura” per Sanchez Hammer, diventato poi uno dei cecchini dell’Isis, e i suoi amici ha un nome e un cognome: Abdullah Chaib, classe 1989, calciatore noto nella realtà del piccolo paese norvegese e musulmano radicale. Lui, morto in battaglia a fianco degli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi, era l’uomo da emulare, “il ragazzo fico che tutti volevano essere”. È così che è iniziata la radicalizzazione di Sanchez Hammer e dei suoi amici: cercando di diventare come il “carismatico” mito del paese che ancora oggi ha una pagina Facebook dedicata con oltre 2mila “mi piace”.

I fratelli Džochar e Tamerlan Tsarnaev, i responsabili dell’attentato alla maratona di Boston, nel 2013, non sono certo cresciuti nella tranquillità del piccolo distretto norvegese o in una famiglia borghese di Melbourne. Di origine per metà cecena e per metà avara, i due fratelli sono arrivati negli Stati Uniti nel 2004, due anni dopo i propri genitori, fuggendo da una vita di povertà tra la Calmucchia, regione del nord del Caucaso dove si professa il buddhismo tibetano, e i monti del Kirghizistan. Tamerlan aveva 18 anni e Džochar soltanto 11. “Le difficoltà con la lingua, i problemi d’integrazione, in un mondo totalmente diverso da quello conosciuto fino a quel momento, e l’estrema povertà non hanno impedito ai due ragazzi di portare avanti gli studi e frequentare l’università”, dice Orsini. La svolta nella vita di Tamerlan arriva nel 2010, quando il ragazzo aveva appena abbandonato l’università per dedicarsi totalmente alla boxe, con l’obiettivo di partecipare alle Olimpiadi. “I due giovani – spiega il professore – avevano gli stessi interessi dei loro coetanei americani. Volevano soldi, ragazze, notorietà e Tamerlan inseguiva questi sogni attraverso il pugilato. Quando una pesante sconfitta e, successivamente, l’impossibilità di partecipare ai Giochi Olimpici hanno cancellato i suoi sogni e fatto crollare le sue certezze, ecco che queste sono state rimpiazzate dall’ideologia radicale”.

Twitter: @GianniRosini