Nonostante la voce in falsetto e le vesti svolazzanti, Angelo Bagnasco entra a piedi uniti da vero “martello” del centrocampo. Infatti appena si è diffusa la notizia della comunicazione giudiziaria alla candidata governatore della Liguria Raffaella Paita, indagata per l’alluvione di Genova, il porporato ha reagito come un Gasparri o un Capezzone qualunque: giustizia ad orologeria! Tanto da meritarsi l’altrettanto immediato commento: da Burlando aveva ricevuto come dono votivo la poltrona spettante all’Ente Regione nel consiglio d’amministrazione in Fondazione Cassa di Risparmio. Che cosa si aspetta di ricevere ora dalla Paita, contrita e assolta con tanto di benedizione arcivescovile?

Ennesima mossa maldestra del presidente della Cei (quello che si reca alle visite pastorali in macchina blindata), che induce a pensare come “la furia del Levante” – la quale prosegue imperturbabile la sua corsa alla presidenza ligure – riesca a trascinare nei guai anche i propri sponsor. In una sorta di tragedia greca sulle inesorabili vendette del destino.

Difatti il cinico e calcolatore leader regionale uscente – Claudio Burlando – non è più lo stesso, da quando si è consacrato anima e corpo alla promozione della carriera della sua protetta. Tanto che lui – un tempo animale politico dal sangue freddissimo – ora commette maldestraggini a ripetizione, come quando arriva a minacciare oscure ritorsioni al giornalista reo di aver formulato alla candidata domande non propriamente in ginocchio.

Ma c’è addirittura il rischio che la “maledizione Paita” colpisca persino il nostro Premier, nonostante costui sia solitamente un clamoroso “baciato dalla fortuna” (dicasi “effetto lato b”). Difatti Matteo Renzi sta investendo pesantemente su un successo della sua affiliata in Liguria. Anche perché ha bisogno di rinverdire gli esiti dell’altr’anno alle Europee, confermando percentuali sul 40% dei suffragi espressi. E la Liguria sembrava fare al caso suo. Per di più un’apoteosi renziana avrebbe avuto l’effetto simultaneo di penalizzare l’esperimento fortemente voluto da Civati e Sel – grazie alla candidatura di Luca Pastorino – come verifica della possibilità di varare scialuppe di salvataggio della sinistra rosso-antico per le prossime elezioni nazionali. Probabilmente imminenti.

Per questo il premier si è fiondato mercoledì scorso – sottobraccio a Paita e Burlando – alla messinscena dell’avvio dei lavori per la messa in sicurezza del torrente Bisagno.

Ma l’effetto spot è stato immediatamente vanificato il giorno dopo dall’iniziativa della magistratura. Tra qualche giorno il ragazzo meraviglia di Rignano ci riprova, avviando personalmente la campagna paitiana pure nella provincia di Imperia.

Soltanto che la scommessa – che sembrava “sul velluto” ancora qualche tempo fa – ora potrebbe rivelarsi temeraria. Così come puntare pesantemente sull’appuntamento amministrativo regionale in genere. Visto un precedente, che non dovrebbe fare troppo piacere all’impareggiabile Superbone, facendogli correre un brivido lungo la schiena per l’accostamento: l’odiato Massimo d’Alema – da premier – legò imprudentemente il proprio destino politico alle elezioni regionali dell’aprile 2000, il cui esito disastroso lo costrinse alle dimissioni e al definitivo accantonamento di ogni ulteriore aspirazione presidenziale.

Indubbiamente Renzi ha un carattere diverso dall’albagioso d’Alema: è un Ercolino sempre in piedi. Però, nonostante la gommosità di fondo del suo profilo politico, una botta alle regionali e un’eccessiva sovraesposizione nel sostegno a una candidata con un bel po’ di piombo nelle ali, non accompagnata da esiti positivi, potrebbe avere conseguenze abbastanza imprevedibili.

Insomma, c’è la possibilità che l’incrollabile determinazione di Lella Paita nell’inseguire la poltrona ambita, possa trasformarla in una vera e propria divoratrice di ometti politici. Con le gonne o senza. Una leonessa che se li sbrana tutti. Magari suo malgrado.

Speriamo non l’elettorato di Liguria.