Un vertice a due punte è, notoriamente, un nonsenso geometrico. Eppure, politicamente parlando, proprio questo è stata la molto attesa assemblea generale della Organizzazione degli Stati Americani tenutasi a Panama durante il fine settimana: un’assai affollata riunione – un “summit”, come si usa chiamare questo genere di eventi, o una ‘cumbre’ – con due soli, veri protagonisti: Raúl Castro e Barack Obama, solitari interpreti, pur tra molte comparse, d’una eccellente ‘piece’ teatrale il cui titolo potrebbe essere: ‘Ricominciamo’.

Più in concreto: l’assemblea generale dell’OSA a Panama doveva essere– dopo il clamoroso annuncio della ripresa delle relazioni diplomatiche, lo scorso 17 dicembre – il primo vero banco di prova del grande disgelo tra Cuba e gli Stati Uniti. E così è in effetti stato. A dispetto d’una molto tormentata vigilia, marcata da un’artificiosa ma assai chiassosa recrudescenza delle tensioni tra Usa e Venezuela, e da un’ancor più strepitante impennata della più stantia retorica ‘antimperialista’, il summit s’è rivelato davvero ‘storico’. Ovvero: è stato, a tutti gli effetti, il summit della ‘normalizzazione’ dei rapporti tra gli Usa e Cuba, della fine – per ora solo tendenziale, ma probabilmente irreversibile – d’una politica (quella, per l’appunto, degli Stati Uniti verso Cuba) sopravvissuta, per almeno i due terzi del suo oltre mezzo secolo di vita, alla propria (peraltro già all’origine alquanto infame) ragion d’essere. È stato, per molti aspetti, il vertice del ‘doppio ritorno’: non solo quello, del tutto ovvio e da tempo dovuto, di Cuba, ma anche quello, su nuove basi, degli Stati Uniti in un pezzo di mondo che per troppo tempo ha considerato il cortile di casa sua.

Com’era dunque giusto – anche se per nulla scontato – Raúl Castro e Barack Obama hanno, di questo vertice, occupato pressoché per intero il proscenio. L’hanno fatto sulla base di due discorsi diametralmente opposti. Il primo, Raúl, rivendicando, forte d’una puntigliosa ricostruzione storica, le ragioni profonde di quella che lui considera – e che per qualche tempo in effetti fu – non solo una rivoluzione, ma un processo di formazione della Nazione cubana ed uno spartiacque nella storia latinoamericana. Il secondo invocando la necessità di guardare al futuro, sfuggendo alla trappola di ‘ideologie che appartengono al passato’. Ma entrambi hanno, nella sostanza, detto la medesima cosa: il dialogo continua, senza pregiudizi e con reciproco rispetto – molto rilevante, in questo senso, il lungo elogio della ‘innocenza’ e della ‘onestà’ di Obama, che ha illuminato il discorso di Raúl – alla ricerca d’un nuovo paradigma nelle relazioni, non solo tra Cuba e gli Usa, ma tra gli Usa e l’America Latina.

Tutto il resto – i discorsi degli altri presidenti, il fatto che il vertice dell’OSA si sia ancora una volta concluso senza una posizione comune – non è stato che un ‘sideshow’, uno spettacolo marginale offuscato dall’immagine della stretta di mano tra il presidente Usa e Raúl Castro.  E particolarmente marginale – poco più, in effetti, d’una sorta d‘obbligo cerimoniale – è apparso il ripudio, pressoché unanime, ma unanimemente irrilevante, delle ‘sanzioni statunitensi contro il Venezuela’. I fatti sono noti: settimane fa, Obama aveva emesso un decreto presidenziale il cui scopo era quello di colpire, negando loro il visto d’ingresso negli Usa, poco più d’una mezza dozzina di funzionari governativi venezuelani di medio livello, giudicati responsabili di violazioni dei diritti umani. E l’aveva fatto ridicolmente dichiarando – per ragioni burocratico-legali – il Venezuela ‘una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti’. Partendo da questa ridicola premessa (e non dall’assai evanescente sostanza delle sanzioni) il governo venezuelano aveva montato, da par suo, un’ancor più ridicola campagna contro il nemico esterno (l’aggressore imperialista) e interno (l’opposizione, alcuni dei cui dirigenti già si trovano nelle patrie galere): due settimane di molto costose manovre militari, anzi, civico-militari (un deprecabile spreco di risorse per un paese sull’orlo della bancarotta) ed una capillare (forzosa, secondo molti, specie in tutti gli uffici della burocrazia statale) raccolta di firme contro il ‘decreto imperiale’. Obiettivo: dieci milioni di adesioni, una valanga cartacea da riversare sui tavoli del vertice di Panama per seppellire, con l’aiuto della ‘Patria Grande’ (l’intera America Latina) la prepotenza di Obama…

Di quelle firme e della scena madre di cui dovevano essere l’anima, a Panama non è arrivata – probabilmente su suggerimento di Raúl Castro – che una pallida e rituale ombra, una sorta di impalpabile ‘amen’ inserito nei vari discorsi presidenziali. La valanga cartacea è rimasta a Caracas dove, in una solenne cerimonia ufficiale a reti unificate, le sue 10.408.083 firme sono state sanzionate come “valide al 98,7%” da Tibisay Lucena, storica presidentessa del Cne (l’ente, anzi, il potere dello Stato che, sulla carta indipendente, funge da arbitro nei processi elettorali). Una breve occhiata alle cifre ed ai tempi. Nel 2004 per certificare poco più di tre milioni di firme raccolte per il referendum revocatorio contro Hugo Chávez, il Cne impiegò quasi otto mesi. Questa volta ne ha verificate oltre 10 milioni in mezza giornata. Una splendida prova della serietà e dell’indipendenza con la quale il Cne lavora. Ed anche uno splendido (ed involontariamente comico) finale per quella che era fin dall’inizio stata (grazie anche ad Obama) una barzelletta di pessimo gusto.

Meglio così. Come Raúl ha ricordato nel suo discorso, quella dell’imperialismo Usa è, da ogni punto di vista, una storia terribilmente seria. E va, oggi più che mai, raccontata seriamente. Per andare avanti, non per pietrificare il tempo ed offendere la ragione.

 

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