S’ode a destra uno squillo di tromba/ a sinistra risponde uno squillo… Così, nel suo ‘Conte di Carmagnola’, Alessandro Manzoni descrive l’inizio della fratricida battaglia di Maclodio, tra milanesi e veneziani. E così potrebbe iniziare anche, seppur in chiave di farsa, o di tragicommedia, il racconto dell’ultimo capitolo della lunga e tormentata storia delle relazioni tra gli Stati uniti ed il Venezuela chavista.

Ieri l’altro, il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ha annunciato con grande solennità – o, comunque, con tutta l’apparente serietà che la sua carica ed il suo cognome impongono (proprio questo, serio, significa infatti ‘earnest’) – nuove sanzioni contro il Venezuela, motivate dal fatto che, ogni giorno di più, il governo di Caracas rappresenta ‘una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti d’America’. E subito a sinistra ha risposto, con ancor più affettata magniloquenza, un analogo squillo. O meglio: subito all’arroganza delle trombe imperialiste hanno risposto – come nel ben più noto caso del Pier Capponi – le campane di Nicolás Maduro, figlio ed apostolo del recentemente defunto ‘comandante eterno’.

Con queste sanzioni, ha affermato martedì lunedì sera il presidente venezuelano nel corso d’una ‘cadena nacional’, trasmissione televisiva a reti unificate durata oltre due ore (cliccate qui se ce la fate a sorbirvi il video dell’intera cerimonia), ‘gli Usa hanno dato il passo più aggressivo ed ingiusto che mai sia stato compiuto contro il Venezuela’. Ed il tutto con un molto evidente scopo. Perché, ha precisato Maduro, quest’attacco chiaramente rivela come il presidente Obama abbia deciso, visto il fallimento dei molti colpi di Stato fin qui invano appaltati alla destra locale, d’assumere in proprio il compito di ‘abbattere il mio governo…’. Ed ancor più in là è andato il capitano Diosdado Cabello, il presidente dell’Assemblea Nazionale da molti considerato il vero ‘uomo forte’ del Venezuela, per il quale (video) quelle sanzioni altro in effetti non sono che il preludio d’una vera e propria azione militare, già progettata nei minimi dettagli. Insomma: il nemico è alle porte. Ma niente paura, perché a fronte d’un tanto imminente e terribile pericolo, ha detto Maduro grandiosamente disseppellendo tutti i patri eroi (quelli veri e quelli fasulli), ‘… nuovi Sucre, nuovi Bolivar, nuovi Chávez, nuove Luisa Cáceres de Arismendi sorgeranno da questa nuova epopea patria che ha un solo destino: la vittoria del Venezuela, la sconfitta dell’imperialismo statunitense…’.

Questo – tra squilli di trombe, rintocchi di campane e rulli di tamburi (per non dir della grancassa dei golpe, dei ‘magnicidi’ e delle ‘guerre economiche’ inesistenti, vedi qui, qui e qui per alcuni precedenti) – è quel che, in questi giorni, si sente e si vede nel regno delle parole. Ma ben altro – in un contrappunto che è un classico della storia venezuelana recente – è quel che raccontano i fatti. A cominciare, ovviamente, dalle ‘sanzioni imperiali’ che, stando a Nicolás Maduro ed a Diosdado Cabello, farebbero da prefazione ad una invasione prossima ventura. Poiché di questo si tratta: della cancellazione del visto d’entrata negli Usa – e dell’eventuale ‘congelamento’ di beni in territorio statunitense – per sette alti funzionari del governo, perlopiù militari, considerati responsabili di violazioni dei diritti umani o di episodi di corruzione.

Di questo e di nient’altro che questo: di sette boiardi del chavismo che – come un’altra ventina di personaggi già in precedenza sanzionati – d’ora in avanti non potranno più recarsi in vacanza a Disneyworld (da sempre meta preferita dei cosiddetti ‘bolibugueses’, i nuovi ricchi, quasi tutti in uniforme, generati della ‘rivoluzione bolivariana’). Il tutto mentre la materia davvero ‘sanzionabile’ – vale a dire, le relazioni petrolifere tra i due paesi – continua, come ha fatto nel corso di tutta la ‘rivoluzione’, a scorrere nella più tranquilla ed inalterata normalità. Il Venezuela vende petrolio agli Usa. E gli Usa, non solo lo comprano, ma sono anche gli unici, a quanto pare, a pagarlo puntualmente a prezzi di mercato ed in valuta pregiata, da sempre sordi ai tintinnar di spade della guerra di parole.

Inevitabile domanda: per quale ragione Barack Obama ha ritenuto di dover giustificare con una tanto palesemente esorbitata motivazione – la ‘minaccia contro la sicurezza degli Stati Uniti’ – provvedimenti di tanto modesta portata? Gli esperti spiegano che quella ‘minaccia’ era – per quanto assolutamente ridicola – la necessaria condizione giuridica per attivare, sulla base della ‘Venezuela Defense of Human Rights and Civil Society Act’, legge approvata dal Congresso lo scorso dicembre, quelle modestissime sanzioni. In sostanza: per partorire quel topolino, Obama aveva legalmente bisogno d’una montagna…

Sarà. Ma resta l’estrema stupidità del gesto. Intanto perché di quel topolino non v’era necessità alcuna. E poi perché, ben al di là delle fanfaronate patriottarde di Maduro e Cabello, la montagna già è diventata l’ideale alibi per una nuova svolta autoritaria. Maduro ha annunciato che chiederà (e di certo otterrà) poteri eccezionali per fronteggiare l’aggressione imperialista’. E proprio questo, dalla farsa alla tragedia, è il vero punto: sullo sfondo d’una bancarotta economica, politica e morale, il chavismo sta seppellendo il non molto che resta della democrazia venezuelana. Ed Obama la sta aiutando a scavare.