Agli abiti fatti con le stoffe colorate della sua terra non ha mai rinunciato. Né quando è diventata la prima donna ministro delle risorse petrolifere, dopo aver guidato il dicastero dei Trasporti, né, tanto meno, quando ha preso la guida dell’ Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio. Diezani Alison-Madueke è colei che oggi viene ribattezzata Lady Opec: una 54enne nigeriana a capo di uno dei cartelli più importanti e strategici del mondo. Soprattutto in tempi di crollo del prezzo dell’oro nero.

Alison Madueke è nata a nel 1960 a Pourt Harcourt, ha studiato architettura, prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti. Nel 2002 ha conseguito un Master in Business Administration a Cambridge e nel 2011 le è stato conferito un dottorato ad honorem in Managment dalla Nigerian Defence Academy di Kaduna. Durante la sua attività politica in patria, in tanti l’hanno definita una “maestra di riforme”, soprattutto per quanto riguarda gas e petrolio, fondamentali per lo sviluppo della Nigeria. Ha fatto costruire decine di gasdotti e oleodotti contribuendo a un’impennata dell’export. Da ministro si è battuta affinché i nigeriani, e non solo gli investitori stranieri, beneficiassero delle risorse locali. L’obiettivo è passare dal puro sfruttamento dei giacimenti e delle miniere alle attività di trasformazione e ai servizi. Solo così si potrebbe ridurre quell’enorme divario che da decenni spacca la popolazione tra ricchissimi e poverissimi.

Nel curriculum di Lady Opec però c’è anche qualche ombra. Nel giugno del 2008 ha subito un’interrogazione parlamentare perché accusata di aver pagato 260 milioni di dollari a degli appaltatori. Alla fine l’allora ministro non venne condannata e continuò con forza a negare qualunque tentativo di corruzione. Pochi mesi dopo, nel settembre dello stesso anno, Alison subì un tentativo di rapimento sventato, mentre era nella sua casa di Abujia con la figlia Cynthia. Nel 2009 venne nuovamente accusata di corruzione, ma, ancora una volta, fu scagionata. Per la Madueke oggi il gioco si è fatto ancora più duro. L’elezione a capo dell’Opec è avvenuta lo scorso 27 novembre a Vienna e il giorno dopo in Nigeria è scoppiata una rivolta che ha fatto 120 morti e migliaia di feriti. Il suo è un paese complesso. Sospeso tra crescita, corruzione, religione e terrorismo. E da qui è partita e ha cominciato a tessere le sue relazioni diplomatiche. “La nostra nazione intende sviluppare pienamente le infrastrutture per l’estrazione di gas e penso che stiamo facendo grandi passi in avanti”, ha detto il giorno della sua nomina. “Il Paese -ha aggiunto- ha urgente bisogno di creare un ambiente favorevole e garantire che Abuja abbia accesso a mercati diversi dal bacino degli Stati Uniti, sempre più inaccessibile dopo il boom del gas da scisti”.

Il dilemma a livello internazionale però ora riguarda l’eventuale taglio della produzione per risollevare il prezzo del greggio, sprofondato ormai sotto i 50 dollari al barile, contro gli oltre 115 di un anno fa. Tra i membri dell’Opec ci sono profonde spaccature e posizioni diverse, ma per Alison Madueke la priorità è “stabilizzare il prezzo globale del petrolio” per poi continuare a mantenere alta la produzione. Lo va dicendo alla stampa e ai più importanti appuntamenti internazionali, come il World Forum di Davos, usando un tono autorevole, ma sempre avvolta in abiti e scialli dai colori e dalle stampe sgargianti. Come la sua Nigeria, ancora divisa tra tradizione e innovazione.