Chissà cosa in fondo cercavano e cosa in fondo hanno trovato, tutte queste adolescenti occidentali oggi spose (muhajiarat) dei foreign fighter di Isis, ragazze che non hanno mai avuto tatuata la guerra sulla pelle e sognavano un mondo più giusto, senza bombardamenti e massacri di civili, all’ombra dei giardinetti di Cardiff. Se non ce  lo diranno mai con un libro che diventerà l’istant book del prossimo anno,  visto che nessuna di loro può ritornare indietro (come insegna la vicenda di due ragazze austriache), sono ben capaci di farlo adesso via social.

“Sto facendo i pancakes – dice via twitter una giovane donna dell’Isis a due amiche inglesi – e ho la Nutella, tra poco sono pronti”. Le altre rispondono, con emoticon e slang: “Vengo e li finisco io, ahhaha”. “Ehi, lo sai che ci tengo, non me li fregare”. Conversazioni da college a colazione, fatto salvo che arrivano dai territori del nuovo califfato. Le ragazze che si divertono oggi in una cucina di Raqqa sono le stesse che all’inizio del loro percorso hanno utilizzato Ask.fm, il social più amato dalla comunità dei teenager globale per scambiarsi informazioni, sogni, promesse, sesso virtuale e danaro. E, da qualche tempo, anche un viaggio in Siria senza biglietto di ritorno. Baby2, infatti, ci prova. Fa sapere di non avere soldi e di non poter chiedere prestiti perché “sono troppo giovane”. Poi lancia alla comunità virtuale Ask, la domanda: “Qualcuno mi può aiutare?” E riceve la risposta criptica e prudenziale ma rapida dai sedicenti jihaddisti: “Manda un messaggio in privato”. Non sappiamo se Baby2 andrà in Siria. Ma, banalmente, le piacciono gli Onedirection e ha una certa passione per la saga urban fantasy “Shadow hunters”; parla spesso di ingiustizie ma ama la geografia politica e sembra coltivare un idealismo ingenuo, elementare. Ci dice: “Da anni sogno un uomo che possa essere un eroe”.

Aqsa-MahmoodBaby 2 potrebbe essere un troll ma non sembra avere un profilo psicologico troppo diverso, anche se certamente meno dominante, da quello di Aqsa Mahmood, la ragazza nata in Scozia con aspirazioni da farmacista e che oggi pare essere diventata la maggiore influencer femminile di Isis nel web con il nome di Umm Layth (la Madre del Leone), capace di un abile recruiting a colpi di Sunna e pancakes. La famiglia di lei, che nel frattempo ha lanciato un appello alla figliola e si è distanziata dalle sue attività (“Le tue azioni sono distorte e negano l’Islam, ci stai uccidendo”), la descrive come una ragazza sensibile, intelligente e molto popolare tra gli amici. Una che ascoltava i Coldplay, che leggeva Harry Potter e beveva la Irn Bru, un soft drink scozzese molto diffuso. Finché, poco prima della sua partenza, nel novembre 2013, non si era dimostrata “particolarmente accesa e arrabbiata su ogni questione riguardante la Siria”, dice l’avvocato della famiglia, mister Anwar. “Aveva iniziato a vestire l’hijab che nessuna donna della sua famiglia ha mai portato in Inghilterra”.

Oggi, Umm Layth è una Mulan (una principessa, nel senso di sposa islamica) perfetta. Dal suo Tumblr spiega alle aspiranti muhajiarat di che tipo di abbigliamento dotarsi e quali precauzioni mediche prendere (“Per l’inverno hai bisogno di un paio di stivali”; “fai tante visite e vaccinazioni prima di partire”) e cosa le aspiranti spose troveranno nel loro futuro a Raqqa, la città siriana dove Umm Layth vive (“La verità è che vivere qui senza un uomo è davvero difficile”) . Su Twitter, invece, incoraggia i musulmani occidentali ad attacchi mirati (“segui gli esempi di Woolwich, Texas e Boston: ma se non puoi contribuire sul campo di battaglia, porta la battaglia dentro di te”).

Aqsa-Umm Layth è salita agli onori delle cronache soprattutto dopo la scomparsa di altre tre adolescenti britanniche, Shamima Begum (15 anni), Kadiza Sultana (16) e Amira Abase 15) allontanatesi da casa il 17 febbraio scorso per transitare in Siria, passando dalla Turchia. La ricostruzione dei fatti bè stata portata a termine dalla Metropolitan Police britannica che ha ottenuto un paio di immagini identificative, una all’aeroporto Gatwick di Londra, l’altra delle tre in attesa di un autobus al confine tra Turchia e Siria. Secondo un ufficiale dello stesso organo di polizia, Shamim, avrebbe inviato il 15 febbraio scorso, due giorni prima della partenza, un messaggio via Twitter a una donna (“Ricordami nella tua du’aa, nelle tue preghiere”), poi identificata con la Mahmood.

Le tre ragazze sono descritte dalla famiglia e dai compagni di scuola, la Bethnal Green Academy di Londra Est, come allieve modello, studiose, attive, piene di idee. Delle tre, Kadiza sembra essere quella più concretamente immersa nel “mondo Isis”: sul suo profilo Twitter sCombo picture of CCTV handouts shows British teenage girls Shamima Begun, Amira Abase and Kadiza Sultana walking through security at Gatwick airport before they boarded a flight to Turkeyeguiva parecchi account di sedicenti miliziani jihadisti. Finché non si è imbattuta in Umm Layth, iniziando lei stessa la conversazione e proseguendola su Ask.fm. Una storia non molto diversa da quella di parecchie tra le 550 donne occidentali che, secondo il think tank americano di security The Soufan group, sono state reclutate dallo Stato islamico come spose degli affiliati e dei combattenti. Tutte molto giovani, genericamente quindicenni, e perfettamente adatte al ruolo, come suggerisce il manifesto della vita femminile sotto il neo-califfato, diffuso in rete dalla brigata al-Khanssaa, preposta alla morale delle donne e delle spose appena arrivate a Raqqa (le donne ricoprono circa il 10% di tutti i trasferiti nell’area controllata da Isis). Il documento è stato tradotto in inglese dalla Fondazione britannica Quillam. Quasi tutte, come spiega a IlFattoQuotidiano.it Mia Bloom, docente di “Security Studies” all’University of Massachussetts Lowell sono “giovani, impressionabili, romantiche, con un sogno di famiglia, una certa avversione per società che non incoraggiano la riproduzione e invece accettano le unioni omosessuali, ma anche deluse da società che si dichiarano democratiche ma che non sono inclusive, fino a divenire islamofobiche”.

Questo spiega perché una giovane quindicenne francese partita di nascosto per il jihad in Siria nel 2012 abbia potuto dire a una madre “sei troppo materialista. Tutto quello che t’importa è trovare tua figlia. Sappi che non sono più tua figlia. Appartengo a Dio. Non tornerò mai nella terra dei miscredenti. Se anche il tuo governo di miscredenti mi venisse a cercare con un esercito, noi li giustizieremmo fino all’ultimo perché la Verità vincerà, non abbiamo paura di nulla. Noi amiamo la morte più di quanto voi amiate la vita”. Lei, una delle protagoniste del secondo lavoro di ricerca di Dounia Bouzar, sociologa francese autrice del volume Ils cherchent le paradis, ils ont trouvé l’enfer, (Les Editions de l’Atelier, Ivry-sur-Seine 2014), dimostra con efficacia il risultato della ricerca sul campo. Ossia che il jihadista francese è giovane, di buona famiglia, ha problemi relazionali e sfoga questi problemi attraverso la rete (l’85% dei combattenti francesi viene dalla classe media o dalla upper class, il 40% ha sofferto l’isolamento sociale o l’anoressia, il 98% di loro è stato avvicinato da Isis attraverso internet).

Maria Fatima SergioDalle 40 australiane scomparse in Siria alle 10 canadesi di origine somala che sono state bloccate alla frontiera, fino all’unica italiana, Maria Giulia Fatima Sergio, ventisettenne di Torre del Greco poi trasferitasi a Grosseto e partita per la Siria nel settembre 2014, chissà quante di loro avranno un ruolo nello spazio pubblico di Raqqa, come componenti della brigata al-Khanssaa, o come abili recruiter di altre adolescenti tramite il tormentone dei gattini sul web; una carriera che vede in prima linea, oltre a Umm Layth, e alla più nota Shams (una indonesiana sposata al marocchino Abu Baraa e che utilizza su Twitter il nome di Bride of Jannah), anche Umm Kharita, una ventenne canadese partita tempo fa per la Siria, per accompagnare il marito, un palestinese cresciuto in Svezia; la donna è poi rimasta vedova e attualmente risiede in una cittadina al confine con la Turchia, da cui racconta la sua vita che scorre in una comune condivisa con altre donne che hanno avuto la stessa sorte.

Certamente impareranno ogni cosa sul pronto soccorso, la fabbricazione di cinture esplosive, e la propaganda on line, come raccomanda la Zora Foundation, un tutorial on line per il “terrorismo domestico”. Ma prima di tutto dovranno dare la precedenza alla produzione di calorie e carboidrati utili ai combattenti, preferendo Nutella ed M&M’s che appesantiscono, ad altre ricette: polpette di datteri e pancake. Questi ultimi rigorosamente ricoperti di miele, piuttosto che di sidro di acero.